Ho regalato un giorno al mare

© Elena Mantovan

“Non avevo mai veduto il mare.
Molte altre cose avevo visto, forse troppe.
Uomini avevo visto, forse troppi. Ma il mare mai.
E perciò non avevo ancora compreso nulla, non avevo capito assolutamente nulla.
Come si può capire qualcosa della vita, e capire a fondo se stessi, se non lo si è imparato dal mare?
Come si può comprendere gli uomini e la loro vita, il loro vano sforzarsi e il loro inseguire mete bizzarre, prima di aver spaziato con lo sguardo sul mare, che è sconfinato e basta a se stesso?”

Federico Garcia Lorca

 

Le nove e mezza, tutto pronto. O forse no, forse ti stai dimenticando qualcosa. Tutte le volte che fai la valigia è così, pur avendo ricontrollato mille e mille volte la lista mentale, sempre quella sensazione: “eppure mi sto per scordare qualcosa di fondamentale che adesso proprio non so cosa”. Poi ti verrà in mente appena sali sull’autobus per andare in stazione, ma non puoi mica tornare indietro, perché anche se sei partita con un’ora di anticipo, non te lo puoi permettere, coi mezzi pubblici di Roma. Alla fine poi non mancava niente. Quella che si dimentica le cose è Laura. S’è scordata tutti i documenti, tornerà a recuperarli e prenderà il treno più tardi. Eravamo d’accordo di incontrarci alla stazione di Ancona, io da Roma, lei da Venezia, con pochi minuti di differenza. Poco male, darò un’occhiatina alla città mentre aspetto. Mai vista prima. E riusciremo a prendere il traghetto in tempo. Spero.

Roma – Ancona, Intercity, posto corridoio. Un ragazzetto vestito di tutto punto blocca l’entrata dei passeggeri cercando il suo posto. Ad un certo punto, avvertendo la pressione, decide di sedersi di fianco a me e di raccontarmi la storia della sua vita, chiedendomi il favore di svegliarlo prima di  Fabriano, se si addormenta, ha un colloquio di lavoro importante, l’unico che è riuscito ad ottenere dopo mesi che cercava, in effetti.

La ferrovia nel frattempo s’avvicina al mare, sfiora la costa, sembra quasi d’esser già in barca, e, niente da fare, quando sei cresciuta sul delta del Po e fino a vent’anni hai visto solo acqua marroncina e torbida, l’azzurro è un’emozione esplosiva, tutte le sante volte, che raddoppia, adesso, con l’adrenalina del viaggio che sta per cominciare.

Mi sparo un mega kebab piccantissimo in uno degli squallidi bar che ci sono di fronte ad ogni santa stazione di ogni santa città. Dentro c’è solo una famiglia di zingari, indifferenti e indaffarati a divorare panini e fette di pizza unta. Chiedo indicazioni al tizio del locale per un supermercato, ma m’aiuta gran poco, balbettando e guardando basso. Zaino e valigia mi pesano, ma un’ossigenata signora piena di rughe e dalle labbra rossissime e sorridenti, l’unica anima a quest’ora di matti d’estate, mi indica finalmente una gigantesca Coop lungo un viale alberato costeggiato da anonimi palazzoni, e riesco a comprare qualcosa (troppo poco) da mangiare durante la traversata.

Ancona la guardo un’altra volta: nel frattempo Laura è arrivata, non la vedo da tre mesi, gioia mia, abbraccio cosmico alla mia collaudata compagna di viaggi, reali e mentali.

Il porto è una colata di cemento, inizia formarsi la fila per salire sul traghetto, composta per lo più da gruppi urlanti e gasatissimi di ragazzi che partono per le vacanze trendy a Corfù, e qualche famiglia greca, elegante e posata, che torna a casa. Coppiette e viaggiatori solitari si confondono in silenzio negli schiamazzi della partenza.

Dopo un’interminabile mezz’ora d’attesa sotto al sole, finalmente siamo a bordo. Moquette rossa, super kitsch, noi non abbiamo il “biglietto cabina”, quindi dritte sul ponte. Il pavimento turchese è bagnato e viscido, le sedie appiccicose, l’aria pesante. Non promette proprio bene, ma è proprio per vivere la traversata fino in fondo che abbiamo scelto di fare così, il nostro primo viaggio in traghetto, e non di prendere l’aereo. Quindi, godiamocelo. Ci secchiamo due birre e spazzoliamo la spesa che avevo fatto alla Coop – quella che doveva essere la cena diventa lo spuntino pomeridiano – quando la nave prende il largo. Il Conero sbiadisce piano.

Ecco. Il tempo ora si ferma. La vibrazione dei motori, all’inizio invadente, ha già abituato le orecchie e i piedi, fin quasi a non farsi notare. La gente si è sparsa sul ponte, alcuni cenano (o pranzano? – capirò più tardi che i pasti greci non hanno orari), odore potente di pita gyros e souvlaki, e io e Laura ci spostiamo sul ponte superiore e ci spiaggiamo per terra a chiacchierare e scarabocchiare sui taccuini.

Blu. Non riesco a staccare gli occhi dalle onde, e mi farei un tuffo, qui, adesso. Il cielo inizia ad arrossire, tutti appoggiati al parapetto ad ammirare questa grande palla di luce che lentamente viene inghiottita dal mare, bagnando di riflessi caldissimi il pavimento, i vestiti, la pelle, i volti in contemplazione finché puf! Ci vediamo domani all’alba. E questo è un altro di quei momenti di splendore che ogni volta mi rapiscono, no way.

Entriamo in cerca di una cena, in un salone enorme adibito a self service, solita moquette rossa, tavoli e sedie dorati, dove per una cifra spaventosa che preferisco non ricordare ci danno un’insalata piena di salsa rosa e uno spezzatino legnoso. Disappunto placato solo dall’idea che fra non molto sì, che consumeremo dei pasti come dio comanda.

Siamo stanche morte, ma la discoteca è nel pieno delle danze, a volumi improponibili e con pezzi improponibili. Aspettiamo sedute al bar con un the caldo, inebetite davanti a due televisori che trasmettono due canali diversi, e cerchiamo di familiarizzare con l’alfabeto greco studiandoci il listino prezzi.

Esco sul ponte a fumare l’ultima sigaretta. Qualche coraggioso s’è accampato coi sacchi a pelo, nonostante un’umidità esagerata alcuni sono già infagottati in qualche angolo del ponte. Tutto nero, la linea tra il mare e il cielo è sparita, cerco qualche stella come consuetudine. I primi viaggiatori si orientavano così, io non lo so fare, ma le stelle me le godo lo stesso, sempre.

Arriva il momento di cercare un posto dove buttarci a dormire, ne trovo uno appartato e tranquillo, ma in quel momento arriva uno steward che mi indica la zona notte per chi non ha la cabina: ci accompagna in una sala che sembra un cinema, sedili di velluto blu tutti rivolti verso una tv che passa partite di calcio, e tutti occupati. Anche per terra, per passare, bisogna scavalcare i sacchi a pelo. Laura si infila in uno scaffale per i bagagli, io dietro l’ultima fila di poltrone, vicino a una porta che si aprirà mille volte svegliandomi, una luce puntata dritta negli occhi e il bocchettone dell’aria condizionata sopra la testa. Devo ricorrere a tutte le mie capacità di concentrazione e autocontrollo per riuscire a chiudere occhio, e alle sei di mattina sono già bella pimpante e affamata.

Enea, il barista, lo stesso che era lì ieri fino a notte fonda, è già in postazione a servire colazioni, con un’aria di triste rassegnazione a un lavoro che sembra saper di prigionia. Ma mi rallegro nel rallegrarlo, quando gli chiedo, ignara, di voler provare il caffè greco senza zucchero. “Are you sure?”, mi chiede, almeno cinque volte. Sì che son sicura, dovrò pur provarlo ‘sto caffè! E mentre lo prepara se la ride di gusto. Il gusto, del caffè, è stranissimo, sgradevole, metallico, ma lo finisco, quasi per orgoglio ormai, e Enea mi regala una brioche quando vado a chiedere il bis, probabilmente per pietà.

Decido che fino a Patrasso me ne starò sulla sdraio a prendere il sole sul ponte, mentre Laura non lo regge per più di dieci minuti e si va a sedere all’ombra. Affondo nel sonno che mi era mancato la notte prima, con l’ipod in casuale, svegliandomi a tratti, quando la nave si ferma a Corfù e Gomenizza. Tutto confuso, non distinguo la dimensione del tempo, gli occhi si aprono per scattare fotografie sfuocate. Non vedo l’ora di toccare terra, ma allo stesso tempo il torpore mi schiaccia, mentre i passeggeri, anche se ridotti dopo gli scali, ricominciano a vociare e mangiare pita gyros.

Una voce annuncia che fra pochi minuti arriveremo a destinazione. Ci accalchiamo verso l’uscita, e nell’attesa conosciamo il personaggio più singolare di tutto traghetto: Michal, una vagabonda-artista-artigiana, nata in Israele ma con base in India, che pesa molto meno della sua valigia e gira le piazze del mondo vendendo foto di insetti e magliette su cui li stampa. La aiutiamo a portar giù il bagaglio e mi chiede del tabacco anche se dieci minuti prima aveva detto di non fumare, e mentre rincorre un tassista per trattare sul prezzo, noi ci ritroviamo in mezzo ad un’altra colata di cemento, il porto di Patrasso.

Thanos, l’amico che ci deve venire a prendere, non è ancora arrivato. Lo aspettiamo bevendoci una birra sedute sul marciapiede. Quando lo sentiamo urlare, assieme a Nikos, per un attimo è come tornare a casa: lui parla italiano e in Italia ha vissuto tanti anni. Abbracci di benvenuto. Il viaggio non è ancora iniziato, anche se in viaggio ci siamo state un giorno intero, ventidue ore e mezza, per la precisione.

Un giorno nel mare, ventidue ore e mezza in suo onore, regalate a lui, in un’ attesa indolente e ipnotica. Alcuni lo trovano noioso. Ma basta lasciarsi andare e godersi il tragitto…Io sono già estasiata con questo. Figuriamoci per quello che m’aspetta.

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