Safari

©Elena Mantovan

Safari.

In swahili significa viaggio. Si usa anche come nome proprio. Dev’essere bellissimo chiamarsi “viaggio”.

Il weekend libero, dopo una settimana trascorsa alla scuola materna: possiamo scegliere tra la spiaggia dorata di Malindi o il safari. L’idea di una spiaggia dalla sabbia d’oro incuriosisce non poco, ma questa è la prima volta in Africa, la prima volta in Kenya, e chissà quando mi ricapita. Safari, non c’è discussione. Un viaggio. Solo il fatto che la parola abbia questo significato, per me, dice tutto.

“Adesso, sì, vedrete la vera Africa”. Mangiafuoco è il nostro interprete, e il nostro contatto per farci avere un prezzo buono per il Viaggio. Il suo vero nome non si sa, si fa chiamare così perché una volta girava l’Africa come giocoliere, acrobata e, appunto, mangiatore di fuoco. Ora di lui so che è uno dei tanti beach boys che passano le giornate in spiaggia in cerca di affari, lavoretti, e turiste avventurose. Parla un ottimo italiano. Lui e Bianca si conoscevano già, lei l’anno scorso era stata qui in vacanza ed erano diventati amici, e lui dice di essere andato da uno stregone e avergli chiesto un rito voodoo per farla ritornare in Kenya. Bianca, ignara, alla fine ci è tornata, questa volta come volontaria, e si sono ritrovati per caso, passeggiando sulla riva di Watamu una settimana fa. Quello stregone pare proprio che sapesse il fatto suo.

Un furgone nove posti e 120 chilometri di sterrato. Da una settimana dormo pochissimo, e sto prendendo antibiotici per il mal di gola, ma non chiudo occhio un minuto, non voglio perdere niente. Terra rossa, che rossa così, non credevo esistesse.

“Qui la gente deve camminare anche per 15 chilometri al giorno per prendere l’acqua ai pozzi”, spiega Mangiafuoco. Anche i bambini. E questa è una storia vecchia, ormai la sanno tutti, perché la “vera Africa” chissà quante volte tutti l’hanno vista dentro le foto, nei documentari, nelle pubblicità di ong e associazioni varie, lo sanno tutti che molta Africa sta ancora morendo di sete, ma vederlo là, con gli occhi, non è lo stesso. Luogo comune, banalità, ma è così. La “vera Africa” arriva senza filtri, così, diretta, schiaffeggia, e se tutte le schermaglie funzionano alla grande da lontano, qui no. Disarma, e basta.

Il rosso caldissimo dello sterrato e la sterpaglia gialla e bruciata che si estende fino all’orizzonte, interminabile, la strada procede senza il minimo accenno di curva, solo qualche sali-scendi. E queste sagome intermittenti, polverose e lentissime, lungo la via, schiacciate dalle taniche piene d’acqua che s’appoggiano in equilibrio sulla testa. Mentre in ogni villaggio che si incontra c’è un bel chioschetto di CocaCola, con tanto di scritta sfavillante “A billion reasons to believe in Africa” – “Un miliardo di ragioni per credere nell’Africa”. Ma questa è un’altra storia.

Ci fermiamo per una sosta ad una stazione di servizio in mezzo al niente, dove in un enorme capannone sono stipati migliaia di souvenir, vasi, tele, statuette, strumenti musicali, borse, sandali, gioielli, “oggi sconto”, ci dicono. Nei bagni le scritte sono in inglese e italiano. Uno dei negozianti si mette a chiacchierare col gruppo mentre ci fumiamo una sigaretta, e vuole comprare uno dei miei braccialetti. Se non ci fossi così affezionata, glielo lascerei.

Finalmente si intravedono i due rinoceronti, le sagome in metallo sul cancello d’entrata dello Tsavo Est. In più di 21.000 km² i rinoceronti rimasti sono solo due, e non si fanno certo vedere dall’uomo facilmente.

Il campo tendato è uno spasso. In una tenda così potrei vivere per anni: la doccia, i sanitari, la veranda, due letti morbidi, lenzuola profumate, zanzariera. Ci avvertono di chiudere sempre il lucchetto, perché i babbuini entrano e rubano tutto. Già cinque o sei si aggirano curiosi, ormai sono abituati all’uomo, quasi fossero gatti. Non ci sono recinti qui, siamo nel bel mezzo della savana, e stanotte solo una tenda ci separerà dall’esterno.

La guida è pronta. Un ometto tozzo con un sorriso sornione e gli occhi socchiusi, finché tace non promette bene, ma appena inizia a spiegarci la storia del parco, a raccontarci di ogni specie che incontriamo, a scorgere in lontananza gli animali da rincorrere e avvicinare, capiamo che non poteva capitare guida migliore. Attraverso una radio comunica con le altre jeep per aggiornarsi sugli avvistamenti.

Ci dicono che i leoni bisogna essere molto fortunati per incontrarli, ma dopo meno di un’ora, una leonessa è sdraiata sul ciglio della strada, sotto una siepe bassa. È enorme, maestosa. Noncurante, ci fissa, come pensasse “che guardano questi?”. Sbadiglia. Stupore. Partiamo prima che possa infastidirsi.

Le zebre sono piccole e dolcissime. Attraversano la strada lentamente e dobbiamo aspettare che si stanchino di guardarci per proseguire.

Un coccodrillo lo vedo mentre siamo a terra, a poco più di un metro. Pensare che può inghiottire animali molto più grossi di me mi dice che dovrei allontanarmi.

La testa delle giraffe sovrasta gli alberi, sono buffe e ruminano tutto il giorno.

La dimensione di ogni specie è la prima cosa che mi colpisce. Nel mio immaginario era tutta un’altra cosa. Come prima, vederlo con i propri occhi, senza filtri. Non riesco a rendermene conto pienamente: in meno di dodici ore ho visto la maggior parte delle specie africane, tutte, lì, una dopo l’altra, un paesaggio dopo l’altro, attraversando pianure erbose, fitte foreste, steppe bruciate, fiumi in piena, colline e montagne.

Il cielo ormai inizia ad arrossire, le ombre si allungano sull’erba secca che ondeggia al vento del tramonto.

Puntini all’orizzonte. Silenzio. Un branco di elefanti si avvicina ad una pozza d’acqua. Uno dietro l’altro, in fila indiana, ordine perfetto, gerarchie che io non so cogliere. Appena si distinguono più da vicino, appare un fagottino grigio, nascosto tra le zampe enormi, rugose: un cucciolo. Aggrappato ad una coda, procede imparando a camminare, aprendo appena gli occhi, a colori che sono nuovi per lui quanto per me. Tutti in cerchio, come noncuranti della nostra presenza, iniziano a bere alla pozza, a lavarsi, a giocare. Forse siamo troppo vicini. Con flemma e lentezza, ma in un attimo l’elefantessa più anziana è a un metro da noi. La puoi guardare dritta negli occhi. Un barrito. E via, la jeep riparte. Leggi della savana. Protezione materna. Momento irripetibile, eppure eterno.

Al campo ci attende la cena, le lezioni di swahili di Mangiafuoco, e un falò attorno al quale sedersi e ascoltare le storie raccontate dai masai, che di notte sorvegliano le tende, altissimi, negli abiti rossi, armati di lance.

Stasera però niente storie: sono in corso dei controlli in tutti i campi tendati, dei funzionari del governo decidono che le luci si spegneranno più tardi del solito, e si impossessano di tutti i posti buoni attorno al fuoco. Domani dobbiamo svegliarci all’alba, e siamo tutti troppo stanchi per aspettare di vedere il cielo stellato della savana. Delusione.

Alle quattro mi sveglio per andare in bagno. Sto per rimettermi a letto, ma da una finestra riesco a vedere, attraverso la rete, un piccolo triangolo di cielo. Non resisto, mi rollo una sigaretta e decido di uscire. Il buio è totale, liquido, inghiotte tutto. Non tira un filo d’aria, ma ogni tanto sento il fruscio dell’erba. Rimango paralizzata davanti alla tenda: potrebbe essere una scimmia, ma anche un elefante, anche un leone. O solo il vento. Che ne so. Potrebbe fiutare la mia paura o vedere la scintilla dell’accendino. Potrebbe avere fame. Ma alzo gli occhi al cielo, finalmente. Tutti i muscoli tesi e l’udito acuito nel silenzio. Mi perdo. Questo cielo toglie il respiro, una pioggia di stelle che a fissarle per qualche istante sembra inizino a cadermi addosso. Le costellazioni non si distinguono, se potessi contarle ora, potrei scommettere che questa è la somma di tutte le stelle che ho visto da quando sono nata. Il tempo di finire la sigaretta, e ne ho già viste cinque cadere.

Rumore strano alla mia destra. Il cuore adesso scoppia. Il vicino di tenda accende la luce: era lui.

L’indomani racconto a Mangiafuoco quant’è bello il cielo di notte nella savana: sgrana gli occhi, “Ma tu sei pazza! È pericolosissimo”, mi dice. E a giudicare dalle dimensioni degli escrementi che ci sono attorno alle tende, non si devono aggirare solo babbuini, di notte.

Ho rischiato grosso, ma andava fatto, non avevo scelta. Uno spettacolo del genere dovevo vederlo con i miei occhi e portarmelo dentro. Fino alla prossima volta, almeno.

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