I tanti volti dell’Altereno

©Elena Mantovan

Il costante gorgoglio della Gravina culla la quiete della sera, unica colonna sonora dei dintorni che dalle stanze dell’albergo “Le Monacelle” giunge all’orecchio. Ma alcune notti lo scorrere del fiume accompagna l’eco di una chitarra, di un saxofono, di una voce. Vengono dall’Altereno, un piccolo locale a due passi dall’hotel, che organizza concerti jazz e rock e serate di incontri culturali.

Antonio è sempre presente, fin dal mattino, e cura con attenzione i particolari del suo caffè. Ci lavora da due anni, lui ne ha 28, e ha ereditato il suo spazio dal nonno, Mastro Giuseppe, che al posto del bancone del bar aveva il suo tavolo di lavoro da falegname. “Fino a un paio di anni fa questo posto era molto diverso: le pareti e la volta erano pieni di fuliggine e umidità, vecchi armadi di metallo pieni di martelli, seghe e pialle, i suoi strumenti”. Alcuni di questi strumenti Antonio li tiene ancora lì, esposti con orgoglio, a ricordare le storie che il nonno gli raccontava, l’odore delle sue Nazionali senza filtro e di segatura, il crepitio della legna messa ad ardere in stufe di fortuna, le sue mani forti e rugose, la passione per un mestiere. Prima di essere falegnameria fu abitazione di famiglia per un centinaio d’anni, da quando i bisnonni la acquistarono coi risparmi guadagnati lavorando in America.

Ma la storia di questo edificio va molto più indietro nel tempo, arrivando al convento di Santa Lucia e Agata alla Civita, costruito presso la porta orientale dell’antica città detta “Postergala”, che dalla fine del ‘200 al ‘800 ospitò le monache di clausura dell’ordine benedettino, per poi essere trasformato in masseria. Uscendo nella terrazza, arredata con tavoli e sedie di vimini scuro, arroccata sulle pendici del fiume e affacciata sul verde della Murgia Materana, si vedono ancora le tracce di portali, colonne, iscrizioni, che caratterizzavano il monastero. Antonio sta cercando di ampliare i suoi spazi, per allestire un Tourist Point e organizzarvi percorsi enogastronomici e mostre di artigianato tradizionale. Le stanze dell’ex convento, infatti, non sono tutte di sua proprietà: per una metà sono di demanio pubblico e per il momento chiuse e inutilizzate.

Nel frattempo Antonio non ha possibilità di effettuarvi lavori di manutenzione, e le pareti si stanno rovinando per muffa, polvere e sporcizia. Inoltre, qualche anno fa nella zona sono stati avviati dei lavori di edilizia popolare a seguito dei quali, proprio addossato all’ex convento, è stato posizionato un deposito di materiale da costruzione, delimitato da una staccionata e ridotto, con il passare del tempo, a magazzino anche per altri cantieri, quasi discarica, che, se pur autorizzato dal comune, poco sembra intonarsi con il contesto storico e artistico del luogo.

C’è ancora tanto lavoro da fare. Sul lato opposto si vede, dall’alto, un sito archeologico lasciato a se stesso, affiancato da un edificio abbandonato ed occupato abusivamente. Matera, che un tempo era “la vergogna nazionale” per via del degrado, è riuscita a risorgere, a ripartire, a ridare fierezza e orgoglio di appartenenza ai suoi cittadini, a diventare meta turistica ambita, scenario cinematografico, produttrice, valorizzatrice e conservatrice di storia e cultura, ma porta ancora dentro di sé contrasti e contraddizioni.

Antonio non si arrende, è fiducioso per l’avvenire. Con l’elezione della città a capitale europea della cultura per il 2019, qualcosa sta per cambiare, la situazione si sbloccherà. Lui continua con l’impegno e la passione il suo lavoro. Due turisti entrano, meravigliati, nonostante tutto, davanti al panorama dalla terrazza. Si siedono al sole e assaggiano un bicchiere di vino “di qua”.

©Elena Mantovan

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