Il gigante buono

Ha una bella stazza, Rino. Alto più di un metro e ottanta, il capello e la barba un po’ incolti, con qualche striatura grigia qua e là, pancia prominente, la voce baritonale, roca, calda. Cammina lento e pesante, le braccia ciondolano e la schiena è un po’ ricurva. Quando parla strizza leggermente gli occhi, l’aria pacata e serena. Sulla cinquantina, ma non si direbbe.

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“Angelica, una paziente, fu lei a farmi sentire che forse era proprio quello il mio posto”. Rino sentì una chiamata, la vocazione, quando un’ospite della casa famiglia si affezionò totalmente a lui e passava tutto il tempo tenendolo per mano. Da giovane non aveva voglia di studiare, se n’era andato per un po’ in Germania a fare il gelataio. E tornato a casa non sapeva bene come muoversi, dove andare. Era la fine degli anni ’70, quando la legge Basaglia ordinava la chiusura dei manicomi. Sua sorella trovò lavoro in una delle prime strutture riabilitative del sud Italia, quella di Matera, e la madre lo costrinse ad accompagnarla al lavoro per proteggerla: “all’inizio la gente che era appena uscita dai manicomi era abituata solo a violenza, punizioni, digiuni e maltrattamenti. Era un posto difficile e pericoloso da vivere”, racconta.


Ma era lì, che voleva stare, disarmato da quanto affetto incondizionato fossero in grado di dare le persone con cui era entrato in contatto. Si è laureato e segue una formazione aggiornata e costante, e ora la casa famiglia la gestisce lui. Nel silenzioso verde del giardino, ha costruito una fontana con sassi trovati qua e là, ha preparato l’orto dove gli ospiti lo aiutano, e nella casa lascia scegliere loro il colore dei muri delle proprie stanze. L’atmosfera è strana, se pur pacifica, quasi immobile. Chi lentamente vaga senza posa nella penombra del salotto, chi cerca sigarette che non gli è permesso fumare, chi si siede fissando il prato, dalle stanze risate, voci sommesse, qualcuno esce, è quasi ora di pranzo, chiamano “Rino” in ripetizione.

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Spesso gli amici lo passano a trovare, come Yoossang, tenore coreano che conosce tutti gli abitanti e gli aneddoti che li raccontano. “Queste persone hanno bisogno di serenità, hanno bisogno di sentirsi integrati con il resto della città, di non percepire sé stessi come uno stigma sociale”, spiega Rino. E fa di tutto perché i suoi “ragazzi” possano sentire l’amorevolezza, la protezione, la comprensione, lampanti nelle sue parole e nella sua indole: organizza incontri e riunioni, li inserisce in progetti lavorativi, allestisce mercatini, e suona.

Rino è appassionato di musica tradizionale, ed ha un laboratorio, poco distante, dove assieme ai componenti del suo gruppo, gli Allabbùn, costruisce gli strumenti della musica popolare lucana e materana. Lungo il tragitto tutti lo salutano, con un fischio, un cenno, col claxon, sembra essere un’istituzione, in città. Nella stanza adibita ad officina, odore di legno, i telai dei tamburelli e le pelli sparse su due tavoli, Espedito e Francesco all’opera, ancora euforici per la performance di ieri, alla sagra del maggio di Accettura, festa popolare per i festeggiamenti del santo patrono. Rino sistema e prova il cupa-cupa che ha appena terminato. “Non sai mai che suono emetterà finchè non hai finito di assemblarlo e provi a suonarlo”. Giusto domani sera c’è un concerto alla casa famiglia, parteciperanno altri amici musicisti, alcuni che studiano anche al conservatorio, Yoossang compreso. “Nella nostra società si è abituati a pensare che chi ha i soldi ha vinto, e chi non ce li ha è un perdente. Secondo la società io sono un perdente”. Rino sorride placido strofinando la mano sulla canna dello strumento, che inizia ad emettere le sue uniche, singolari vibrazioni.

 © Elena Mantovan

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