Fusione alchemica

«Lascia sta’! Meglio che me sto zitto!»

Seduti all’ombra Gaetano e Angelo aspettano l’ora di pranzo. Romani dalla nascita, non hanno un lavoro, e tra poco andranno alla Caritas di Colle Oppio per il loro unico pasto quotidiano. Sono senza tetto, molto spesso dormono proprio qui. «Questa piazza non è mai stata un gran bel posto», spiega Gaetano. «Una volta piazza Vittorio era un ritrovo per gay, e forse era meglio, perché adesso è diventato un ritrovo di rumeni, africani, zingari e barboni! Quelli so’ solo capaci di bere, di rubare e di spacciare!». Dicono che i romani per bene non ci vengono, e tra poco neanche più i cinesi lo faranno, nonostante il quartiere Esquilino lo chiamino la Chinatown romana. «Io un bambino qua non ce lo porterei mai, è un posto brutto!».

Ma i bambini ci sono, giocano a basket, e ci sono turisti, e famiglie, gente che porta a spasso i cani.

Salta subito all’occhio la molteplicità di etnie, culture, provenienze: la gente che cammina nella piazza e nel quartiere ricorda quasi quella che gravita attorno ad una stazione. Qui la gente ci lavora, ci passa il tempo, ci vive. Dai negozi gestiti da cinesi ai ristoranti indiani, dai kebabbari ai venditori ambulanti. Apparentemente una fusione perfetta di mondi.

All’interno dei giardini di piazza Vittorio c’è un monumento chiamato Porta Alchemica, la quale secondo la leggenda venne usata da un pellegrino alchimista per produrre oro e poi scomparire attraversata la soglia. Nella scienza alchemica, si dice che al fine della trasmutazione in oro, i metalli vili venissero lavorati, trattati e fusi. I simboli e gli enigmi incisi sulla porta si riferiscono a vere e proprie formule magiche. Nessuno è mai stato in grado di interpretarle, nessuno mai ha trovato modo per fondere il vile metallo e trasmutarlo in nobile. La fusione alchemica, anche quella delle culture, oggi forse sembra una magia troppo occulta per essere praticata.

Sheer passeggia solo. Il volto disteso, il sorriso amichevole. Afgano, 29 anni, è arrivato in Italia nel 2008, ma non ci rimane mai per molto, ha un amico che lo ospita a Londra e lavora come cuoco in un ristorante messicano posseduto da turchi. Negli anni ha cucinato anche in Francia, Germania e Norvegia. Ora è qui, spera, solo per qualche mese, aspetta il rinnovo dei suoi documenti per poter ritornare in the UK.

«Io in Italia non ci voglio più lavorare!». Quando arrivò, iniziò come muratore, ma non venne mai pagato, anzi venne cacciato via perché lo chiedeva. «Non c’è niente per noi in Italia, l’unica cosa che finiamo a fare è rubare o spacciare droga, io non voglio fare!». Racconta che quando, a Londra, arrivano turisti italiani al suo ristorante, finge di non sapere la lingua. «Non voglio parlare con gli italiani, a Londra». La sua famiglia è sparsa tra Iran e Turchia, e dei due fratelli minori ha perso le tracce, ancora non si arrende nel cercarli, dopo 6 anni, quando, scappando via dal suo paese, li affidò ad un orfanotrofio turco, quando avevano 10 e 13 anni. In Afghanistan ora sarebbe proprietario di 60 ettari di terra, ma i talebani hanno ucciso suo padre, generale a capo di un reparto di polizia, con una bomba sull’auto. Lui ventunenne, là non poteva rimanere.

Spesso passa il tempo qui, «e», esclama contrariato, «c’è sempre carabiniere che mi ferma, mi interroga, vuole documenti, mi chiede cosa faccio qui, e perché. Io non faccio niente!». Oggi ha provato a cercare lavoro, è arrivato fino al mare. Non appena sentono che non ha permesso e non ha casa gli rispondono che non serve personale.

Asad ha un anno in più, anche lui afghano, anche lui aspetta il rinnovo dei suoi documenti, ma ancora non sa dove andare poi. A casa studiava matematica e lavorava in un bar. Un giorno, cinque anni fa, suo zio, talebano, lo intimò ad usare armi, ad uccidere. «Ma io non voglio uccidere nessuno!» Esclama. E così finì prima in Pakistan, poi in Turchia, poi in Italia. «Qui non c’è lavoro, Italia non mi dà niente, non c’è amici!» Si batte la mano sul cuore. «Voglio andare a prendere mia moglie e andare via da Italia!».

Sheer e Asad non hanno casa e non hanno lavoro, passano spesso ai giardini di piazza Vittorio e attendono che qualcuno dall’ufficio li chiami per i documenti, per poter ripartire. La loro cena è servita davanti alla stazione di Piramide dai volontari della Caritas. Ormai è quasi mezzanotte. L’ennesimo autobus senza fare il biglietto, cercheranno di entrare nel centro accoglienza per la notte. Di nascosto e sgattaiolando via la mattina presto dalla finestra, perché si sono già giocati i venti giorni che avevano a disposizione.

Questo è stato il primo pezzo che ho scritto frequentando il Master in Reportage di Viaggio, a maggio. L’esercitazione consisteva nell’andare a Piazza Vittorio Emanuele II – e dintorni – e cercare una storia, fotografarla e raccontarla. Mentre cercavo la mia, la storia ha cercato me, e io l’ho semplicemente seguita. Di malintenzionati, forse, ce ne sono parecchi, ma anche se poteva essere un rischio, mi sono fidata della sensazione che le persone che ho incontrato non lo fossero. Ho chiacchierato molto con Sheer e Asad, abbiamo fatto assieme il viaggio sull’autobus per andare alla stazione per prendere la loro cena e nel frattempo ho imparato molte cose di loro e sul loro modo di pensare. Ad esempio, che un uomo, in Afghanistan, non può farsi offrire niente da una donna, neanche una bottiglia d’acqua, altrimenti verrebbe giudicato indegno di essere chiamato uomo.

Arrivati alla stazione Ostiense, una nuvola di persone nella loro condizione, o forse anche peggiore, era in fila per ricevere in una busta il loro pasto caldo. Appena un addetto della Caritas mi ha vista con la macchina fotografica in mano, mi ha gentilmente intimato di nascondermi immediatamente nel loro furgone, perchè tra quelle persone c’è gente che non può, non vuole assolutamente essere fotografata, clandestini che si guadagnano qualche soldo in chissà quale maniera. Non importa.

Sheer e Asad, dicendo che ero una «a posto», mi hanno presentato al loro gruppo di amici, una ventina di giovani uomini, tutti seduti a terra a divorare la cena – penne all’arrabbiata quella sera. Ho conosciuto anche il loro «capo», un anziano e paffuto talebano, che zoppicava e disse di dormire da qualche parte alla stazione di Termini. Sembra quasi che in questi casi non sia più importante se uno sia o no un talebano, che sia un italiano volontario che offre loro la cena o una studentessa italiana che vuole ascoltare la loro storia. Sembra che riescano a trascendere. Forse l’alchimia qualcuno riesce a praticarla in qualche modo, e forse l’oro da qualche parte c’è, anche se in pochi riescono a vederlo.

Sheer ogni tanto mi chiama per chiedermi come sto, così, per salutarmi. È ancora qui in Italia, i suoi documenti sono arrivati, ma non ha soldi per partire e continua a cercare un lavoro qui. Dei suoi due fratelli ancora nessuna notizia. Qualche mese fa ho provato a scrivere all’ambasciata turca chiedendo come si potesse fare per rintracciarli, ma non ho mai ricevuto risposta.

©Elena Mantovan

Advertisements

One thought on “Fusione alchemica

Leave a Comment

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

w

Connecting to %s