Rise and Shine

 

Gli italiani sono a casa, qui. Appena si arriva in città, schiere di bambini scalzi e sorridenti gridano «ciao!» e chiedono «caramella!», già certi che tutti i muzungu, gli uomini bianchi che giungono a Malindi, siano italiani. Rinomata per le sue spiagge bianche, per la bellezza dei paesaggi, l’ospitalità della popolazione locale, la città keniota è divenuta ormai una sorta di status symbol, e conosciuta dai più per la grande quantità di resort, villaggi turistici e residenze lussuose di personaggi più o meno celebri del nostro paese. Ristoranti, bar, negozietti di oggettistica e souvenirs, accade spesso che le anche insegne dei locali del centro siano scritte nella nostra lingua. Quasi tutti ne conoscono qualche parola per comunicare con il turista che porta denaro e progresso. I beach boys la parlano perfettamente, sulle magliette stampe di slogan come «Stai Sereno», «I love Italia», «Bruno Vespa sei un mito», si aggirano sulla spiaggia a caccia di facoltose signore in cerca di divertimenti esotici.

Lungo i vicoli, gruppi di anziani seduti ai bordi delle strade guardano storto, urlano sguaiati in preda all’ebrezza da vino di cocco, chiedono denaro in malo modo, quasi a titolo di risarcimento per la loro condizione. I fake masai passeggiano nei loro tipici costumi rossi, in una mano la spada, nell’altra lo smart phone, accettando di farsi fotografare solo in cambio di qualche scellino. Ragazzine, forse non ancora dodicenni, ridacchiano tra loro e passeggiano agghindate e truccatissime anche in pieno giorno e attendono che il turista si avvicini furtivo. Adattamenti, rivisitazioni, fusioni e convivenze più o meno riuscite di due mondi e di due culture agli antipodi, in uno scenario di colonialismo turistico di massa. Malindi è anche questo.

La scuola materna e casa famiglia Rise and Shine si trova qualche minuto fuori dal centro della città, nel villaggio di Kijiwetanga. A bordo di uno degli innumerevoli tuk tuk, Api Piaggio verniciati in colori sgargianti e adibiti a taxi, per pochi scellini si percorre qualche chilometro verso l’entroterra, verso la vera Africa, passando da carreggiate larghe e asfaltate a sentieri sterrati e sconnessi, dove gli edifici in muratura lasciano il posto alle capanne di fango, legno e lamiera. Le voci dei bambini si fanno sempre più vicine, cristalline: «Ennia! Ennia!», gridano.

Ennia Rigon vive ad Oppeano, un piccolo comune in provincia di Verona, e ha fondato l’onlus Rise and Shine Community nel 2006. Lei e il marito Giancarlo sono sempre stati affascinati dall’Africa e vi sono arrivati per la prima volta nel 2000, in vacanza. «Quei quindici giorni hanno superato tutte le mie aspettative tanto che il mio desiderio di ritornare è stato immediato. Il contatto, se pur breve, con la gente del luogo mi ha spinto a conoscerla, ad apprezzarla e a capirla. Era per me un mondo nuovo, in cui alcuni valori legati più alla persona che alle cose materiali riaffioravano e prendevano forza», racconta. Da lì sono seguiti altri numerosi viaggi, durante i quali la coppia ha cercato di avvicinarsi e addentrarsi nei villaggi, nella vita quotidiana e tradizionale, nelle usanze e nei sistemi di pensiero, conoscendone anche l’altra faccia della medaglia, quella della povertà, della fame, delle singole storie di quelle persone che la avevano accolta. Ennia e Giancarlo si sono ritrovati a parlare sempre più spesso di bambini orfani, «rendendoci conto di quanto poco del nostro poteva servire per dare molto a loro».

Nel 2004 hanno comprato un terreno e ideato quella che due anni dopo sarebbe diventata la scuola materna e casa famiglia Rise and Shine, letteralmente alzati e risplendi, assumendo gente del luogo sia per i lavori edili che per la successiva gestione. In partenza la scuola era composta solo di due aule spoglie e negli anni ne è stata aggiunta una terza, oltre ad un magazzino per il materiale di cartoleria, l’ufficio del direttore, i bagni in muratura, il pozzo, la dispensa, la cucina, il recinto che delimita il cortile, un grande gazebo dove in tutto 120 bimbi pranzano e fanno ricreazione. La casa famiglia è arrivata più tardi, nel 2010, e oggi accoglie 40 orfani dai due ai sei anni, che dormono in due grandi camere con letti a castello e che vivono con la famiglia del direttore e con le mamme, le donne che li accudiscono e che si prendono cura di loro. Ultimato nel 2012 anche un ambulatorio medico, Ennia è riuscita a comprare anche un piccolo trattore usato, per insegnare alle persone che lavorano all’interno della struttura come coltivare il terreno a disposizione.

Un cancello dipinto d’arancio si spalanca e tutti i bambini accorrono per abbracciare mama Ennia, sulla cinquantina, figura slanciata, bionda, occhi celesti, abbronzata dal sole dei tropici, sorriso carismatico. Viene qui tre volte l’anno, a marzo, settembre e novembre, per seguire i lavori, gestire le pratiche burocratiche, i pagamenti e le adozioni a distanza, accompagnare e formare i volontari, sempre più numerosi e di ogni età, e per salutare tutti i suoi piccoli. La accoglie Pola, il direttore della scuola. Nel passato di Pola, fisico asciutto e sguardo vivace, problemi di alcolismo, vari periodi in carcere per piccoli reati, vita di strada nel barcamenarsi per la sopravvivenza. Ennia lo conobbe in un periodo buio e gli diede fiducia. Ora vive qui con la moglie Elizabeth e con i due figli di due e tre anni, Pascal e Sukuru. I bimbi della scuola lo vedono come la massima autorità, anche i più vivaci e indisciplinati si mettono sull’attenti e ascoltano in silenzio quando li avvisa del programma della giornata.

Fauzia è una delle tre maestre, ha appena 24 anni e un sorriso sereno. Ha studiato a Mombasa e ora vive in una capanna poco lontano da qui, insegna inglese e matematica nella classe dei più grandi. «Tutti i bambini necessitano di rispetto e autorevolezza, usare metodi duri li rende ancora più ribelli e problematici. Se dai loro comprensione e ascolto, è questo ciò che ti restituiscono», spiega Fauzia, esponendo i suoi metodi educativi.

In effetti alcuni bambini, soprattutto gli orfani, sono difficili da trattare. Di molti non si conosce l’età precisa, né tanto meno la storia che li ha condotti a perdere i genitori e che li ha portati fin qui, alcuni ritrovati in fasce, senza memoria, senza parole. Altri invece la storia ce l’hanno scritta sulla pelle, come la piccola Pendo, sopravvissuta assieme alla sorella Margret all’incendio che distrusse la capanna dove viveva con tutta la sua famiglia, le cicatrici delle ustioni sul viso sorridente.

I volontari arrivano sui tuk tuk con Ennia e vengono assaliti dai piccoli che saltellano, cantano, implorano di essere presi in braccio, e lo faranno ogni mattina, al loro arrivo. I loro alloggi si trovano in una residenza (fin troppo lussuosa) poco distante, ma possono decidere di dormire nei letti a castello nell’orfanotrofio. Le attività sono numerosissime e, a seconda delle abilità e delle attitudini, è possibile affiancare le maestre in classe, riordinare e pulire i locali, aiutare le mamme a lavare le divise e i vestiti, medicare e visitare i bambini nell’ambulatorio, scattare le foto che poi verranno inviate ai genitori a distanza, andare al mercato ad acquistare le banane per la merenda, fare piccole manutenzioni, dipingere e verniciare i muri delle aule, aiutare con i lavori in muratura. Di domenica si va a comprare il gelato in centro da portare alla casa famiglia, oppure col pulmino di Pola si va tutti sulla spiaggia a giocare. Nel pomeriggio, quando le lezioni sono finite, molte volte si accompagnano i bimbi che tornano a casa nei villaggi vicini. Ci sono infatti borsoni carichi di cibo e vestiti da consegnare: il bagaglio dei volontari che arrivano ogni tre mesi è composto per la maggioranza di indumenti, cibo a lunga conservazione, medicinali, giocattoli, quaderni, raccolti in Italia da associazioni, negozi, da amici a cui questo materiale non serve più, per essere distribuito nel villaggio di Kijiwetanga.

A piedi, lungo un sentiero solcato unicamente dai passi, ci si addentra nel bosco, sovrastati da banani e da palme, distese di verde, baobab che svettano lungo l’orizzonte ormai rosso di tramonto. Nei quattro chilometri di passeggiata, le capanne si fanno sempre più distanti l’una dall’altra, gli spiazzi attorno diventano più sporchi e disordinati, i bambini aumentano e si accodano tutti, vestiti di stracci, aspettando con smania che le borse di doni preziosi vengano finalmente aperte. Chioschi di Coca Cola spiccano qua e là, qui la Coca Cola costa meno dell’acqua minerale in bottiglia, ma quella è per i turisti, perchè qui si arrivano a percorrere anche 15 chilometri ogni giorno verso i pozzi per riempire qualche tanica. I borsoni oggi sono destinati alla famiglia di Marifa, un bimbo di dodici anni con problemi di deficit mentale che frequenta la scuola materna. Una volontaria lo carica in spalla e si fa indicare dal suo indice puntato la strada per arrivare. È il capofamiglia, lui e i suoi ventisei fratelli e sorelle vivono in due capanne malsane, umide, anguste. Le tre madri sono rimaste da poco vedove, e sono preoccupate per la salute di Marifa e altri suoi due fratelli, che non riescono più a camminare. I gigas, pulci perforanti piccole quanto granelli di sabbia, stanno divorando i loro piedi. Domani Pola verrà in motorino e li porterà all’ambulatorio per essere curati e medicati.

Quello che avanza dai borsoni scompare in un batter d’occhio, spartito fra le famiglie vicine e i bambini che seguivano la carovana. Al ritorno, la gente del villaggio vede le borse vuote. Intenti a stendere panni lavati chissà come o a cuocere riso attorno al fuoco, seduti davanti all’uscio delle capanne semplicemente ad osservare, gli abitanti del villaggio sussurrano solo Jambo, lo sguardo pieno di gratitudine. Nient’altro serve, per oggi. Per oggi, hakuna matata, nessun problema.

Pendo in swahili significa Amore. È uno dei nomi più usati per le femmine, a scuola ne ho conosciute quattro, l’anno scorso. Pendo Bimbramba era la più intrattabile delle quattro, e forse tra i bambini più intrattabile. Non stava mai ferma, piangeva in continuazione, e spesso fingeva di piangere, per ottenere ciò che voleva, litigava con tutti, rubava i giochi ai più piccoli, non ascoltava le maestre, usciva dall’aula durante le lezioni, faceva dispetti a tutti. Una piccola peste. Ma è diventata la mia ombra. E io sono diventata la sua. Per due settimane la sua mano è stata nella mia, piano piano ha iniziato ad accettare che anche altri bambini giocassero con me, ha imparato ad ascoltare quando le dicevo «basta», e addirittura sembrava compiacersi di quanto era diventata obbediente. Alla mia partenza è scoppiata a piangere – esattamente come me, si è arrabbiata e si è nascosta, senza che riuscissi a salutarla.

Una volontaria un giorno le ha chiesto quale fosse il nome della sua mamma adottiva, e Pendo si è girata sorridendo, come se si fosse ricordata di una cosa che cercava da un po’, esclamando «Eléna!» (tutti i bimbi sono adottati a distanza, anche Pendo. Io purtroppo non sono ancora riuscita a farlo). Come potevo non commuovermi quando la mia amica mi ha raccontato l’episodio? Ho una figlia che m’aspetta a Malindi, ora, e un bel pezzo grande di cuore che è rimasto là, e il mal d’Africa, e tutto quanto. Il mondo che mi rimane da vedere è ancora tanto, ma qualche volta ritornare bisogna proprio.

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