Internazionale (!!!)

Today has been a great day and I’m grateful and full of joy. It’s hard, here, but when I thought I’d lost all hopes, my work and my photographs of street art in Athens has been published on the website of the magazine Internazionale. Take a look here and hope you enjoy!

Internazionale

Oggi è stato un grande giorno e sono felicissima e piena di gratitudine, perché, quando ormai non ci speravo più, l’Internazionale mi ha contattata per pubblicare le mie foto sul sito! Date un’occhiata qui, spero vi piacciano! :)

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Rise and Shine

 

Gli italiani sono a casa, qui. Appena si arriva in città, schiere di bambini scalzi e sorridenti gridano «ciao!» e chiedono «caramella!», già certi che tutti i muzungu, gli uomini bianchi che giungono a Malindi, siano italiani. Rinomata per le sue spiagge bianche, per la bellezza dei paesaggi, l’ospitalità della popolazione locale, la città keniota è divenuta ormai una sorta di status symbol, e conosciuta dai più per la grande quantità di resort, villaggi turistici e residenze lussuose di personaggi più o meno celebri del nostro paese. Ristoranti, bar, negozietti di oggettistica e souvenirs, accade spesso che le anche insegne dei locali del centro siano scritte nella nostra lingua. Quasi tutti ne conoscono qualche parola per comunicare con il turista che porta denaro e progresso. I beach boys la parlano perfettamente, sulle magliette stampe di slogan come «Stai Sereno», «I love Italia», «Bruno Vespa sei un mito», si aggirano sulla spiaggia a caccia di facoltose signore in cerca di divertimenti esotici.

Lungo i vicoli, gruppi di anziani seduti ai bordi delle strade guardano storto, urlano sguaiati in preda all’ebrezza da vino di cocco, chiedono denaro in malo modo, quasi a titolo di risarcimento per la loro condizione. I fake masai passeggiano nei loro tipici costumi rossi, in una mano la spada, nell’altra lo smart phone, accettando di farsi fotografare solo in cambio di qualche scellino. Ragazzine, forse non ancora dodicenni, ridacchiano tra loro e passeggiano agghindate e truccatissime anche in pieno giorno e attendono che il turista si avvicini furtivo. Adattamenti, rivisitazioni, fusioni e convivenze più o meno riuscite di due mondi e di due culture agli antipodi, in uno scenario di colonialismo turistico di massa. Malindi è anche questo.

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Hydra, δε βαριέσαι

«Non puoi venire in Grecia senza vedere almeno un’isola!»
Come darle torto? Celeste è arrivata ad Agios Dimitrios tre giorni dopo di me. Ma aveva già predisposto ogni particolare, in modo che mamma, nonna, zia e cuginetta mi ospitassero come si deve. E l’ospitalità, “come si deve” in Grecia, è strepitosa. Colazione pronta sul tavolo la mattina appena sveglia, letto fatto, pranzo e a cena (e che pranzi e cene!) serviti, contro ogni mio tentativo di aiutare, di ringraziare, di rendermi utile. No way, in Grecia l’ospite è un pascià, funziona così, perché ci saranno altri modi, altri tempi e altri viaggi per ricambiare.

Hydra, Greece, July 2014

Hydra, Greece, July 2014

Agios Dimitrios è un piccolo paesino di campagna, a qualche chilometro da Livadeia, nella Grecia centrale. Appena prima di arrivarci, c’è un albero in mezzo alla strada: è cresciuto lì e le due corsie scorrono ai lati. Tutt’attorno, come fosse una vallata, anche se invece è una pianura, catene montuose. In meno di un’ora, in macchina si arriva anche al mare, e in un’ora e mezza a Delfi, magica infinita Delfi, l’ombelico del mondo, il Centro. Per quanto poco usuale come destinazione “turistica” – appunto, bene così – la vacanza qui è splendida, i colori della luce, dei paesaggi, i modi cordiali della gente, energia buona e serenità.

Ma non si può venire in Grecia senza vedere almeno un’isola! La mamma ci consiglia Hydra. A me già il suo nome basta per convincermi, anche se sembra essere un luogo caro e molto “turistico” – mi sembra quasi una parolaccia, ormai.

Hydra, Greece, July 2014

Hydra, Greece, July 2014

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Safari

©Elena Mantovan

Safari.

In swahili significa viaggio. Si usa anche come nome proprio. Dev’essere bellissimo chiamarsi “viaggio”.

Il weekend libero, dopo una settimana trascorsa alla scuola materna: possiamo scegliere tra la spiaggia dorata di Malindi o il safari. L’idea di una spiaggia dalla sabbia d’oro incuriosisce non poco, ma questa è la prima volta in Africa, la prima volta in Kenya, e chissà quando mi ricapita. Safari, non c’è discussione. Un viaggio. Solo il fatto che la parola abbia questo significato, per me, dice tutto.

“Adesso, sì, vedrete la vera Africa”. Mangiafuoco è il nostro interprete, e il nostro contatto per farci avere un prezzo buono per il Viaggio. Il suo vero nome non si sa, si fa chiamare così perché una volta girava l’Africa come giocoliere, acrobata e, appunto, mangiatore di fuoco. Ora di lui so che è uno dei tanti beach boys che passano le giornate in spiaggia in cerca di affari, lavoretti, e turiste avventurose. Parla un ottimo italiano. Lui e Bianca si conoscevano già, lei l’anno scorso era stata qui in vacanza ed erano diventati amici, e lui dice di essere andato da uno stregone e avergli chiesto un rito voodoo per farla ritornare in Kenya. Bianca, ignara, alla fine ci è tornata, questa volta come volontaria, e si sono ritrovati per caso, passeggiando sulla riva di Watamu una settimana fa. Quello stregone pare proprio che sapesse il fatto suo.

Un furgone nove posti e 120 chilometri di sterrato. Da una settimana dormo pochissimo, e sto prendendo antibiotici per il mal di gola, ma non chiudo occhio un minuto, non voglio perdere niente. Terra rossa, che rossa così, non credevo esistesse.

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Ho regalato un giorno al mare

© Elena Mantovan

“Non avevo mai veduto il mare.
Molte altre cose avevo visto, forse troppe.
Uomini avevo visto, forse troppi. Ma il mare mai.
E perciò non avevo ancora compreso nulla, non avevo capito assolutamente nulla.
Come si può capire qualcosa della vita, e capire a fondo se stessi, se non lo si è imparato dal mare?
Come si può comprendere gli uomini e la loro vita, il loro vano sforzarsi e il loro inseguire mete bizzarre, prima di aver spaziato con lo sguardo sul mare, che è sconfinato e basta a se stesso?”

Federico Garcia Lorca

 

Le nove e mezza, tutto pronto. O forse no, forse ti stai dimenticando qualcosa. Tutte le volte che fai la valigia è così, pur avendo ricontrollato mille e mille volte la lista mentale, sempre quella sensazione: “eppure mi sto per scordare qualcosa di fondamentale che adesso proprio non so cosa”. Poi ti verrà in mente appena sali sull’autobus per andare in stazione, ma non puoi mica tornare indietro, perché anche se sei partita con un’ora di anticipo, non te lo puoi permettere, coi mezzi pubblici di Roma. Alla fine poi non mancava niente. Quella che si dimentica le cose è Laura. S’è scordata tutti i documenti, tornerà a recuperarli e prenderà il treno più tardi. Eravamo d’accordo di incontrarci alla stazione di Ancona, io da Roma, lei da Venezia, con pochi minuti di differenza. Poco male, darò un’occhiatina alla città mentre aspetto. Mai vista prima. E riusciremo a prendere il traghetto in tempo. Spero.

Roma – Ancona, Intercity, posto corridoio. Un ragazzetto vestito di tutto punto blocca l’entrata dei passeggeri cercando il suo posto. Ad un certo punto, avvertendo la pressione, decide di sedersi di fianco a me e di raccontarmi la storia della sua vita, chiedendomi il favore di svegliarlo prima di  Fabriano, se si addormenta, ha un colloquio di lavoro importante, l’unico che è riuscito ad ottenere dopo mesi che cercava, in effetti.

La ferrovia nel frattempo s’avvicina al mare, sfiora la costa, sembra quasi d’esser già in barca, e, niente da fare, quando sei cresciuta sul delta del Po e fino a vent’anni hai visto solo acqua marroncina e torbida, l’azzurro è un’emozione esplosiva, tutte le sante volte, che raddoppia, adesso, con l’adrenalina del viaggio che sta per cominciare. Continue reading