Rise and Shine

 

Gli italiani sono a casa, qui. Appena si arriva in città, schiere di bambini scalzi e sorridenti gridano «ciao!» e chiedono «caramella!», già certi che tutti i muzungu, gli uomini bianchi che giungono a Malindi, siano italiani. Rinomata per le sue spiagge bianche, per la bellezza dei paesaggi, l’ospitalità della popolazione locale, la città keniota è divenuta ormai una sorta di status symbol, e conosciuta dai più per la grande quantità di resort, villaggi turistici e residenze lussuose di personaggi più o meno celebri del nostro paese. Ristoranti, bar, negozietti di oggettistica e souvenirs, accade spesso che le anche insegne dei locali del centro siano scritte nella nostra lingua. Quasi tutti ne conoscono qualche parola per comunicare con il turista che porta denaro e progresso. I beach boys la parlano perfettamente, sulle magliette stampe di slogan come «Stai Sereno», «I love Italia», «Bruno Vespa sei un mito», si aggirano sulla spiaggia a caccia di facoltose signore in cerca di divertimenti esotici.

Lungo i vicoli, gruppi di anziani seduti ai bordi delle strade guardano storto, urlano sguaiati in preda all’ebrezza da vino di cocco, chiedono denaro in malo modo, quasi a titolo di risarcimento per la loro condizione. I fake masai passeggiano nei loro tipici costumi rossi, in una mano la spada, nell’altra lo smart phone, accettando di farsi fotografare solo in cambio di qualche scellino. Ragazzine, forse non ancora dodicenni, ridacchiano tra loro e passeggiano agghindate e truccatissime anche in pieno giorno e attendono che il turista si avvicini furtivo. Adattamenti, rivisitazioni, fusioni e convivenze più o meno riuscite di due mondi e di due culture agli antipodi, in uno scenario di colonialismo turistico di massa. Malindi è anche questo.

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Safari

©Elena Mantovan

Safari.

In swahili significa viaggio. Si usa anche come nome proprio. Dev’essere bellissimo chiamarsi “viaggio”.

Il weekend libero, dopo una settimana trascorsa alla scuola materna: possiamo scegliere tra la spiaggia dorata di Malindi o il safari. L’idea di una spiaggia dalla sabbia d’oro incuriosisce non poco, ma questa è la prima volta in Africa, la prima volta in Kenya, e chissà quando mi ricapita. Safari, non c’è discussione. Un viaggio. Solo il fatto che la parola abbia questo significato, per me, dice tutto.

“Adesso, sì, vedrete la vera Africa”. Mangiafuoco è il nostro interprete, e il nostro contatto per farci avere un prezzo buono per il Viaggio. Il suo vero nome non si sa, si fa chiamare così perché una volta girava l’Africa come giocoliere, acrobata e, appunto, mangiatore di fuoco. Ora di lui so che è uno dei tanti beach boys che passano le giornate in spiaggia in cerca di affari, lavoretti, e turiste avventurose. Parla un ottimo italiano. Lui e Bianca si conoscevano già, lei l’anno scorso era stata qui in vacanza ed erano diventati amici, e lui dice di essere andato da uno stregone e avergli chiesto un rito voodoo per farla ritornare in Kenya. Bianca, ignara, alla fine ci è tornata, questa volta come volontaria, e si sono ritrovati per caso, passeggiando sulla riva di Watamu una settimana fa. Quello stregone pare proprio che sapesse il fatto suo.

Un furgone nove posti e 120 chilometri di sterrato. Da una settimana dormo pochissimo, e sto prendendo antibiotici per il mal di gola, ma non chiudo occhio un minuto, non voglio perdere niente. Terra rossa, che rossa così, non credevo esistesse.

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