Il gigante buono

Ha una bella stazza, Rino. Alto più di un metro e ottanta, il capello e la barba un po’ incolti, con qualche striatura grigia qua e là, pancia prominente, la voce baritonale, roca, calda. Cammina lento e pesante, le braccia ciondolano e la schiena è un po’ ricurva. Quando parla strizza leggermente gli occhi, l’aria pacata e serena. Sulla cinquantina, ma non si direbbe.

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“Angelica, una paziente, fu lei a farmi sentire che forse era proprio quello il mio posto”. Rino sentì una chiamata, la vocazione, quando un’ospite della casa famiglia si affezionò totalmente a lui e passava tutto il tempo tenendolo per mano. Da giovane non aveva voglia di studiare, se n’era andato per un po’ in Germania a fare il gelataio. E tornato a casa non sapeva bene come muoversi, dove andare. Era la fine degli anni ’70, quando la legge Basaglia ordinava la chiusura dei manicomi. Sua sorella trovò lavoro in una delle prime strutture riabilitative del sud Italia, quella di Matera, e la madre lo costrinse ad accompagnarla al lavoro per proteggerla: “all’inizio la gente che era appena uscita dai manicomi era abituata solo a violenza, punizioni, digiuni e maltrattamenti. Era un posto difficile e pericoloso da vivere”, racconta.

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I tanti volti dell’Altereno

©Elena Mantovan

Il costante gorgoglio della Gravina culla la quiete della sera, unica colonna sonora dei dintorni che dalle stanze dell’albergo “Le Monacelle” giunge all’orecchio. Ma alcune notti lo scorrere del fiume accompagna l’eco di una chitarra, di un saxofono, di una voce. Vengono dall’Altereno, un piccolo locale a due passi dall’hotel, che organizza concerti jazz e rock e serate di incontri culturali.

Antonio è sempre presente, fin dal mattino, e cura con attenzione i particolari del suo caffè. Ci lavora da due anni, lui ne ha 28, e ha ereditato il suo spazio dal nonno, Mastro Giuseppe, che al posto del bancone del bar aveva il suo tavolo di lavoro da falegname. “Fino a un paio di anni fa questo posto era molto diverso: le pareti e la volta erano pieni di fuliggine e umidità, vecchi armadi di metallo pieni di martelli, seghe e pialle, i suoi strumenti”. Alcuni di questi strumenti Antonio li tiene ancora lì, esposti con orgoglio, a ricordare le storie che il nonno gli raccontava, l’odore delle sue Nazionali senza filtro e di segatura, il crepitio della legna messa ad ardere in stufe di fortuna, le sue mani forti e rugose, la passione per un mestiere. Prima di essere falegnameria fu abitazione di famiglia per un centinaio d’anni, da quando i bisnonni la acquistarono coi risparmi guadagnati lavorando in America.

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L’ombrello nella grotta

© Elena Mantovan

“Ci ho pensato giorni e giorni, per trovare un modo. Il tubicino della bic non andava bene, la forma non andava bene e le chianche non venivano come dicevo io. Poi un giorno come un altro mi sono girato e ho visto questo ombrello rotto, e l’idea mi è venuta come un lampo nella testa!”

Il sole picchia, la canicola delle undici di mattina non perdona, e la luce abbaglia prepotente di bianco sbattendo sui sassi di Matera. In mezzo al marciapiede un piccolo piedistallo con una strana scultura, la sua silhouette quasi acceca nel contrasto con l’ingresso angusto e scuro della grotta. È la scultura, nonostante il buio, che sembra spingere all’entrarvi.

Vincenzo se ne sta lì in fondo, dando le spalle ai visitatori, chino sul suo polveroso tavolo di lavoro. Non appena gli occhi si abituano allo sbalzo drastico di luce, il bianco prevale anche all’interno del suo laboratorio: oltre al camice immacolato, le sculture di tufo, che in realtà è calcarenite “ma noi lo chiamiamo così perché è più semplice”, riempiono ogni parete, piazzate su scaffali e mensole, appese, addossate, tutte in esposizione. Posaceneri, vasi, ciondoli a forma di cuore, animaletti, cornici. E presepi. Vincenzo si procura interi blocchi di tufo e li scolpisce nei minimi dettagli fino a trasformarli in scorci di Matera, della sua parte più antica e incantata, e vi mette in scena la natività, popolandola di minuscole statuine d’argilla che cuoce in un forno e che dipinge a mano con colori a tempera. “La stella cometa è importantissima, non deve mancare mai!”, sottolinea.

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