Migrations – Baobab Center, Cupa street, Rome

A long way to go. In Rome, only a break.

Arguings, polemics, complaints. And yet, hundreds of migrants arrive at Baobab center, in Cupa street, Rome. They get a shelter, food and clothes, offered by neighbourhood citizens. Volunteers work hard to offer acceptable conditions for people who don’t remember what acceptable contitions are. This people is running away from violence and hunger. And unfortunately, in Italy, many don’t know that they aren’t here to stop, they don’t want to settle here, aware that the situation in our country is not so good at the moment. Many don’t know or pretend not to know, pouring out their rage against their arrivals and against who’s helping them.

The real issue is that there is no demonstration, barricade or border closure working. Nor sea or desert. These people decided to leave, to abandon their home, to dismember their families, to go on living – living, not existing in inhuman conditions.

I’ve spent much time at Baobab center. Hundreds of stories and faces, many of them so young. The mildness and dignity of this people is disarming, while they try to tell their stories, if they mutter some English. They need to rest, to smile, to restore a tired and torn body. After travelling for months and risking their lives more than once, they have exhaustion, smile and gratitude. They have the hope to find a simple life, to fulfil a dream, wherever, no matter where.

One Saturday night I caught an Intercity train from Roma-Termini to Bolzano, with two young men and a 8 months pregnant woman, who has been captured and segregated in Libya for three months and was able to escape in the end. Her gaze claims silent respect.

Not even difficulties like this can stop them, even if many of them can’t escape dangers during their trip. Some boys have been texting me, updating me on their moves. Daniel, 21 years old, called from France. And he was laughing, joyfully.

Kidnappings, shipwrecks , C.I.E. (Identification and Expulsion Centers), barricades, insults, demonstrations, hatred and racism, borders closure, indifference and inability to manage the situation. But hope and will for a better life can’t be stopped by anything. Whether we accept it or not, migrants will keep on moving and try to reach better places to live in. Wasting energies against moving life is worthless. Once I’ve been told that Italians must help them because Italy, as a former colonizing country, caused a lot of troubles in Eritrea. But, no. We don’t have to help them to compensate guilts that probably don’t belong to us. It’s not about politics. It’s just because they are humang beings. and, just like all human beings, they will keep on trying to find a better life, they will keep on moving.

Italian Version

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Migrazioni – Centro Baobab, via Cupa, Roma

Il viaggio è ancora lungo, quella di Roma è solo una sosta.

Scontri, polemiche, lamentele. Eppure dall’Eritrea continuano ad arrivare, in centinaia, al centro Baobab, in via Cupa. I migranti ricevono un riparo, del cibo e dei vestiti, offerti dai cittadini del quartiere. I volontari lavorano duro per offrire delle condizioni accettabili per chi da un po’ non ricorda cosa siano. Questo popolo sta scappando dalla violenza e dalla fame. E purtroppo ancora in molti, in Italia, non sanno che non sono qui per fermarsi, non lo vogliono fare, perché consapevoli che anche qui, attualmente, la situazione non è delle più rosee. Non lo sanno o fingono di non sapere, scagliandosi contro il capro espiatorio di turno, manifestando contro il loro arrivo e contro chi li accoglie.

Il punto è che non c’è manifestazione, barricata o chiusura di confini che tenga. Non c’è mare e non c’è deserto. Queste persone hanno deciso di partire, di abbandonare casa, di smembrare famiglie, per continuare a vivere – vivere, non ad esistere in condizioni disumane.

Ho trascorso molto tempo al centro Baobab. Centinaia di storie e centinaia di volti, molti giovanissimi. La mitezza e la dignità di questa gente è disarmante, mentre prova a raccontare, se mastica un po’ d’inglese. Hanno bisogno di riposare, di sorridere, di risollevare un corpo che chissà quante ne avrà passate. Dopo aver viaggiato per mesi e aver rischiato la vita in varie occasioni, stanchezza, sorriso, gratitudine. Speranza di trovare una vita semplice, di realizzare un sogno, da qualche parte, non importa dove.

Un sabato notte ho preso un intercity da Roma Termini a Bolzano, assieme a due giovani e a una donna incinta di otto mesi, che durante il viaggio in Africa è stata catturata e segregata in Libia per tre mesi, riuscendo poi a fuggire. Il suo sguardo impone un rispetto silenzioso.

Nemmeno difficoltà di questo genere li può fermare. Nonostante i pericoli che molti non riescono a scampare. Alcuni ragazzi mi scrivono ancora, aggiornandomi sugli spostamenti. Daniel, 21 anni, mi ha chiamato dalla Francia. E rideva di una gioia che credo di non aver mai sentito prima.

Rapimenti, barconi, c.i.e., barricate, insulti, manifestazioni, odio e razzismo, chiusura dei confini, nel migliore dei casi indifferenza o incapacità di gestire la situazione. Ma la speranza e il desiderio di una vita migliore non possono essere fermati da niente di tutto questo. Che lo si accetti o no, i migranti continueranno a muoversi e a cercare di raggiungere altri luoghi. Sprecare energie contro la vita che si muove non dà nessun tipo di risultato. Mi è stato detto che noi italiani siamo in dovere di aiutarli, perché l’Italia, in passato colonizzatrice, di danni laggiù ne ha fatti parecchi. E invece no, non è per riparare ai danni che le generazioni passate hanno causato che bisogna aiutarli, non per sopire un senso di colpa che personalmente non ci appartiene. Ma semplicemente perché sono esseri umani. E come tutti gli esseri umani, continueranno a cercare una vita migliore, continueranno a muoversi.

English Version

©Elena Mantovan

Romics Cosplay

Cosplay at International Comics Festival Romics, in Rome.

Pictures published at LaRepubblica.it

©Elena Mantovan

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The Post Internazionale – La speranza di Atene

Hi everybody! Here‘s my pictures published yesterday on the italian website The Post Internazionale!

Take a look if you like!

Ciao a tutti! Il mio reportage su Atene post-elezioni è stato pubblicato ieri su The Post Internazionale!

Date un’occhiata se vi va!

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Demostration in Athens, 31st January 2015

©Elena Mantovan

Internazionale (!!!)

Today has been a great day and I’m grateful and full of joy. It’s hard, here, but when I thought I’d lost all hopes, my work and my photographs of street art in Athens has been published on the website of the magazine Internazionale. Take a look here and hope you enjoy!

Internazionale

Oggi è stato un grande giorno e sono felicissima e piena di gratitudine, perché, quando ormai non ci speravo più, l’Internazionale mi ha contattata per pubblicare le mie foto sul sito! Date un’occhiata qui, spero vi piacciano! :)

Rise and Shine

 

Gli italiani sono a casa, qui. Appena si arriva in città, schiere di bambini scalzi e sorridenti gridano «ciao!» e chiedono «caramella!», già certi che tutti i muzungu, gli uomini bianchi che giungono a Malindi, siano italiani. Rinomata per le sue spiagge bianche, per la bellezza dei paesaggi, l’ospitalità della popolazione locale, la città keniota è divenuta ormai una sorta di status symbol, e conosciuta dai più per la grande quantità di resort, villaggi turistici e residenze lussuose di personaggi più o meno celebri del nostro paese. Ristoranti, bar, negozietti di oggettistica e souvenirs, accade spesso che le anche insegne dei locali del centro siano scritte nella nostra lingua. Quasi tutti ne conoscono qualche parola per comunicare con il turista che porta denaro e progresso. I beach boys la parlano perfettamente, sulle magliette stampe di slogan come «Stai Sereno», «I love Italia», «Bruno Vespa sei un mito», si aggirano sulla spiaggia a caccia di facoltose signore in cerca di divertimenti esotici.

Lungo i vicoli, gruppi di anziani seduti ai bordi delle strade guardano storto, urlano sguaiati in preda all’ebrezza da vino di cocco, chiedono denaro in malo modo, quasi a titolo di risarcimento per la loro condizione. I fake masai passeggiano nei loro tipici costumi rossi, in una mano la spada, nell’altra lo smart phone, accettando di farsi fotografare solo in cambio di qualche scellino. Ragazzine, forse non ancora dodicenni, ridacchiano tra loro e passeggiano agghindate e truccatissime anche in pieno giorno e attendono che il turista si avvicini furtivo. Adattamenti, rivisitazioni, fusioni e convivenze più o meno riuscite di due mondi e di due culture agli antipodi, in uno scenario di colonialismo turistico di massa. Malindi è anche questo.

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Tre Allegri Ragazzi Morti & Sick Tamburo Team Up @ Atlantico Live Club

Roma, 13 dicembre 2014

©Elena Mantovan