Fusione alchemica

«Lascia sta’! Meglio che me sto zitto!»

Seduti all’ombra Gaetano e Angelo aspettano l’ora di pranzo. Romani dalla nascita, non hanno un lavoro, e tra poco andranno alla Caritas di Colle Oppio per il loro unico pasto quotidiano. Sono senza tetto, molto spesso dormono proprio qui. «Questa piazza non è mai stata un gran bel posto», spiega Gaetano. «Una volta piazza Vittorio era un ritrovo per gay, e forse era meglio, perché adesso è diventato un ritrovo di rumeni, africani, zingari e barboni! Quelli so’ solo capaci di bere, di rubare e di spacciare!». Dicono che i romani per bene non ci vengono, e tra poco neanche più i cinesi lo faranno, nonostante il quartiere Esquilino lo chiamino la Chinatown romana. «Io un bambino qua non ce lo porterei mai, è un posto brutto!».

Ma i bambini ci sono, giocano a basket, e ci sono turisti, e famiglie, gente che porta a spasso i cani.

Salta subito all’occhio la molteplicità di etnie, culture, provenienze: la gente che cammina nella piazza e nel quartiere ricorda quasi quella che gravita attorno ad una stazione. Qui la gente ci lavora, ci passa il tempo, ci vive. Dai negozi gestiti da cinesi ai ristoranti indiani, dai kebabbari ai venditori ambulanti. Apparentemente una fusione perfetta di mondi. Continue reading

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«age», CollettivOCinetico al Teatro Vascello

Due anni fa abitavo a Ferrara. Un bel giorno si trasferì nel mio palazzo una coppia di ragazzi, il che già era un evento, dato che l’età media era, a parte il nostro appartamento studentesco, parecchio elevata. Il nome che scrissero sul campanello era un enigma: «Collettivo Cinetico», c’era scritto. Iniziarono a ristrutturare, sistemare, spostare, abbellire, erano gentili e cordiali, e avevano una bull terrier che mi si avvicinava docile, in cerca di coccole, ogni volta che ci si incontrava in cortile.

Un giorno me ne andai a far due passi in piazza Trento Trieste, e il Collettivo Cinetico si stava esibendo in «XD – vignette sfuse per uso topico», una performace urbana, con supereroi bendati, corpi seminudi in passamontagna, vignette di fumetti fuori dall’ordinario in giro per la città.

Dopo due anni, eccoli qui, a Roma, al Teatro Vascello, con <age>, uno spettacolo intitolato in omaggio a John Cage, e all’età degli attori.

Il palcoscenico è vuoto, buio. In silenzio, un oggetto per volta, si costruisce la scena, mano a mano che i nomi degli oggetti vengono proiettati sulla ribalta, fino all’arrivo dei nove «esemplari», i teenagers protagonisti della pièce, seduti su due panche al lato sinistro, in attesa di istruzioni. Parte l’Aria sulla quarta coda di Bach.

Gli esemplari conoscono le regole, ma le istruzioni da seguire sono diverse, ogni volta, quindi non si vede mai lo stesso spettacolo. Le istruzioni vengono proiettate e si succedono al suono di un gong. E gli adolescenti si esprimono, ognuno secondo la propria, singolare, personale modalità, a interpretare sé stessi, in tipologie umane, modelli di comportamento, formazioni collettive.

Sottile, divertente, arguto, magistrale.

Grazie a Francesca Pennini, Angelo Pedroni e al Collettivo Cinetico, che torneranno presto a Roma con il loro Amleto.

Opening “Doorway to identity” @Rossmut Gallery

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©Elena Mantovan

30 Oct 2014 – Brandon Boyd, il front man degli Incubus, all’inaugurazione della mostra “Dorway to Identity” presso la Rossmut Gallery di via dei Vascellari, 33.

Una fila lunghissima, e non ero in lista per entrare. Un post su Facebook visto di sfuggita, ho deciso all’ultimo momento di passare, senza sapere bene cosa e chi avrei trovato. Ma con un po’ di pazienza – e una macchina fotografica – si va dappertutto. Brandon gentile e cordiale, firma autografi, saluta i fan, si fa fotografare, esce meravigliato per dare un’occhiata a quanta gente è arrivata per vedere lui e i suoi acquerelli. Al suo fianco, incantevole, Baelyn Neff.

E così scopro anche Marco Pisanelli, o Seven Moods e la sua arte.

Fantastici, entrambi.

Hydra, δε βαριέσαι

«Non puoi venire in Grecia senza vedere almeno un’isola!»
Come darle torto? Celeste è arrivata ad Agios Dimitrios tre giorni dopo di me. Ma aveva già predisposto ogni particolare, in modo che mamma, nonna, zia e cuginetta mi ospitassero come si deve. E l’ospitalità, “come si deve” in Grecia, è strepitosa. Colazione pronta sul tavolo la mattina appena sveglia, letto fatto, pranzo e a cena (e che pranzi e cene!) serviti, contro ogni mio tentativo di aiutare, di ringraziare, di rendermi utile. No way, in Grecia l’ospite è un pascià, funziona così, perché ci saranno altri modi, altri tempi e altri viaggi per ricambiare.

Hydra, Greece, July 2014

Hydra, Greece, July 2014

Agios Dimitrios è un piccolo paesino di campagna, a qualche chilometro da Livadeia, nella Grecia centrale. Appena prima di arrivarci, c’è un albero in mezzo alla strada: è cresciuto lì e le due corsie scorrono ai lati. Tutt’attorno, come fosse una vallata, anche se invece è una pianura, catene montuose. In meno di un’ora, in macchina si arriva anche al mare, e in un’ora e mezza a Delfi, magica infinita Delfi, l’ombelico del mondo, il Centro. Per quanto poco usuale come destinazione “turistica” – appunto, bene così – la vacanza qui è splendida, i colori della luce, dei paesaggi, i modi cordiali della gente, energia buona e serenità.

Ma non si può venire in Grecia senza vedere almeno un’isola! La mamma ci consiglia Hydra. A me già il suo nome basta per convincermi, anche se sembra essere un luogo caro e molto “turistico” – mi sembra quasi una parolaccia, ormai.

Hydra, Greece, July 2014

Hydra, Greece, July 2014

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Il gigante buono

Ha una bella stazza, Rino. Alto più di un metro e ottanta, il capello e la barba un po’ incolti, con qualche striatura grigia qua e là, pancia prominente, la voce baritonale, roca, calda. Cammina lento e pesante, le braccia ciondolano e la schiena è un po’ ricurva. Quando parla strizza leggermente gli occhi, l’aria pacata e serena. Sulla cinquantina, ma non si direbbe.

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“Angelica, una paziente, fu lei a farmi sentire che forse era proprio quello il mio posto”. Rino sentì una chiamata, la vocazione, quando un’ospite della casa famiglia si affezionò totalmente a lui e passava tutto il tempo tenendolo per mano. Da giovane non aveva voglia di studiare, se n’era andato per un po’ in Germania a fare il gelataio. E tornato a casa non sapeva bene come muoversi, dove andare. Era la fine degli anni ’70, quando la legge Basaglia ordinava la chiusura dei manicomi. Sua sorella trovò lavoro in una delle prime strutture riabilitative del sud Italia, quella di Matera, e la madre lo costrinse ad accompagnarla al lavoro per proteggerla: “all’inizio la gente che era appena uscita dai manicomi era abituata solo a violenza, punizioni, digiuni e maltrattamenti. Era un posto difficile e pericoloso da vivere”, racconta.

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I tanti volti dell’Altereno

©Elena Mantovan

Il costante gorgoglio della Gravina culla la quiete della sera, unica colonna sonora dei dintorni che dalle stanze dell’albergo “Le Monacelle” giunge all’orecchio. Ma alcune notti lo scorrere del fiume accompagna l’eco di una chitarra, di un saxofono, di una voce. Vengono dall’Altereno, un piccolo locale a due passi dall’hotel, che organizza concerti jazz e rock e serate di incontri culturali.

Antonio è sempre presente, fin dal mattino, e cura con attenzione i particolari del suo caffè. Ci lavora da due anni, lui ne ha 28, e ha ereditato il suo spazio dal nonno, Mastro Giuseppe, che al posto del bancone del bar aveva il suo tavolo di lavoro da falegname. “Fino a un paio di anni fa questo posto era molto diverso: le pareti e la volta erano pieni di fuliggine e umidità, vecchi armadi di metallo pieni di martelli, seghe e pialle, i suoi strumenti”. Alcuni di questi strumenti Antonio li tiene ancora lì, esposti con orgoglio, a ricordare le storie che il nonno gli raccontava, l’odore delle sue Nazionali senza filtro e di segatura, il crepitio della legna messa ad ardere in stufe di fortuna, le sue mani forti e rugose, la passione per un mestiere. Prima di essere falegnameria fu abitazione di famiglia per un centinaio d’anni, da quando i bisnonni la acquistarono coi risparmi guadagnati lavorando in America.

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L’ombrello nella grotta

© Elena Mantovan

“Ci ho pensato giorni e giorni, per trovare un modo. Il tubicino della bic non andava bene, la forma non andava bene e le chianche non venivano come dicevo io. Poi un giorno come un altro mi sono girato e ho visto questo ombrello rotto, e l’idea mi è venuta come un lampo nella testa!”

Il sole picchia, la canicola delle undici di mattina non perdona, e la luce abbaglia prepotente di bianco sbattendo sui sassi di Matera. In mezzo al marciapiede un piccolo piedistallo con una strana scultura, la sua silhouette quasi acceca nel contrasto con l’ingresso angusto e scuro della grotta. È la scultura, nonostante il buio, che sembra spingere all’entrarvi.

Vincenzo se ne sta lì in fondo, dando le spalle ai visitatori, chino sul suo polveroso tavolo di lavoro. Non appena gli occhi si abituano allo sbalzo drastico di luce, il bianco prevale anche all’interno del suo laboratorio: oltre al camice immacolato, le sculture di tufo, che in realtà è calcarenite “ma noi lo chiamiamo così perché è più semplice”, riempiono ogni parete, piazzate su scaffali e mensole, appese, addossate, tutte in esposizione. Posaceneri, vasi, ciondoli a forma di cuore, animaletti, cornici. E presepi. Vincenzo si procura interi blocchi di tufo e li scolpisce nei minimi dettagli fino a trasformarli in scorci di Matera, della sua parte più antica e incantata, e vi mette in scena la natività, popolandola di minuscole statuine d’argilla che cuoce in un forno e che dipinge a mano con colori a tempera. “La stella cometa è importantissima, non deve mancare mai!”, sottolinea.

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Safari

©Elena Mantovan

Safari.

In swahili significa viaggio. Si usa anche come nome proprio. Dev’essere bellissimo chiamarsi “viaggio”.

Il weekend libero, dopo una settimana trascorsa alla scuola materna: possiamo scegliere tra la spiaggia dorata di Malindi o il safari. L’idea di una spiaggia dalla sabbia d’oro incuriosisce non poco, ma questa è la prima volta in Africa, la prima volta in Kenya, e chissà quando mi ricapita. Safari, non c’è discussione. Un viaggio. Solo il fatto che la parola abbia questo significato, per me, dice tutto.

“Adesso, sì, vedrete la vera Africa”. Mangiafuoco è il nostro interprete, e il nostro contatto per farci avere un prezzo buono per il Viaggio. Il suo vero nome non si sa, si fa chiamare così perché una volta girava l’Africa come giocoliere, acrobata e, appunto, mangiatore di fuoco. Ora di lui so che è uno dei tanti beach boys che passano le giornate in spiaggia in cerca di affari, lavoretti, e turiste avventurose. Parla un ottimo italiano. Lui e Bianca si conoscevano già, lei l’anno scorso era stata qui in vacanza ed erano diventati amici, e lui dice di essere andato da uno stregone e avergli chiesto un rito voodoo per farla ritornare in Kenya. Bianca, ignara, alla fine ci è tornata, questa volta come volontaria, e si sono ritrovati per caso, passeggiando sulla riva di Watamu una settimana fa. Quello stregone pare proprio che sapesse il fatto suo.

Un furgone nove posti e 120 chilometri di sterrato. Da una settimana dormo pochissimo, e sto prendendo antibiotici per il mal di gola, ma non chiudo occhio un minuto, non voglio perdere niente. Terra rossa, che rossa così, non credevo esistesse.

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Ho regalato un giorno al mare

© Elena Mantovan

“Non avevo mai veduto il mare.
Molte altre cose avevo visto, forse troppe.
Uomini avevo visto, forse troppi. Ma il mare mai.
E perciò non avevo ancora compreso nulla, non avevo capito assolutamente nulla.
Come si può capire qualcosa della vita, e capire a fondo se stessi, se non lo si è imparato dal mare?
Come si può comprendere gli uomini e la loro vita, il loro vano sforzarsi e il loro inseguire mete bizzarre, prima di aver spaziato con lo sguardo sul mare, che è sconfinato e basta a se stesso?”

Federico Garcia Lorca

 

Le nove e mezza, tutto pronto. O forse no, forse ti stai dimenticando qualcosa. Tutte le volte che fai la valigia è così, pur avendo ricontrollato mille e mille volte la lista mentale, sempre quella sensazione: “eppure mi sto per scordare qualcosa di fondamentale che adesso proprio non so cosa”. Poi ti verrà in mente appena sali sull’autobus per andare in stazione, ma non puoi mica tornare indietro, perché anche se sei partita con un’ora di anticipo, non te lo puoi permettere, coi mezzi pubblici di Roma. Alla fine poi non mancava niente. Quella che si dimentica le cose è Laura. S’è scordata tutti i documenti, tornerà a recuperarli e prenderà il treno più tardi. Eravamo d’accordo di incontrarci alla stazione di Ancona, io da Roma, lei da Venezia, con pochi minuti di differenza. Poco male, darò un’occhiatina alla città mentre aspetto. Mai vista prima. E riusciremo a prendere il traghetto in tempo. Spero.

Roma – Ancona, Intercity, posto corridoio. Un ragazzetto vestito di tutto punto blocca l’entrata dei passeggeri cercando il suo posto. Ad un certo punto, avvertendo la pressione, decide di sedersi di fianco a me e di raccontarmi la storia della sua vita, chiedendomi il favore di svegliarlo prima di  Fabriano, se si addormenta, ha un colloquio di lavoro importante, l’unico che è riuscito ad ottenere dopo mesi che cercava, in effetti.

La ferrovia nel frattempo s’avvicina al mare, sfiora la costa, sembra quasi d’esser già in barca, e, niente da fare, quando sei cresciuta sul delta del Po e fino a vent’anni hai visto solo acqua marroncina e torbida, l’azzurro è un’emozione esplosiva, tutte le sante volte, che raddoppia, adesso, con l’adrenalina del viaggio che sta per cominciare. Continue reading