The Post Internazionale – La speranza di Atene

Hi everybody! Here‘s my pictures published yesterday on the italian website The Post Internazionale!

Take a look if you like!

Ciao a tutti! Il mio reportage su Atene post-elezioni è stato pubblicato ieri su The Post Internazionale!

Date un’occhiata se vi va!

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Demostration in Athens, 31st January 2015

©Elena Mantovan

Internazionale (!!!)

Today has been a great day and I’m grateful and full of joy. It’s hard, here, but when I thought I’d lost all hopes, my work and my photographs of street art in Athens has been published on the website of the magazine Internazionale. Take a look here and hope you enjoy!

Internazionale

Oggi è stato un grande giorno e sono felicissima e piena di gratitudine, perché, quando ormai non ci speravo più, l’Internazionale mi ha contattata per pubblicare le mie foto sul sito! Date un’occhiata qui, spero vi piacciano! :)

Rise and Shine

 

Gli italiani sono a casa, qui. Appena si arriva in città, schiere di bambini scalzi e sorridenti gridano «ciao!» e chiedono «caramella!», già certi che tutti i muzungu, gli uomini bianchi che giungono a Malindi, siano italiani. Rinomata per le sue spiagge bianche, per la bellezza dei paesaggi, l’ospitalità della popolazione locale, la città keniota è divenuta ormai una sorta di status symbol, e conosciuta dai più per la grande quantità di resort, villaggi turistici e residenze lussuose di personaggi più o meno celebri del nostro paese. Ristoranti, bar, negozietti di oggettistica e souvenirs, accade spesso che le anche insegne dei locali del centro siano scritte nella nostra lingua. Quasi tutti ne conoscono qualche parola per comunicare con il turista che porta denaro e progresso. I beach boys la parlano perfettamente, sulle magliette stampe di slogan come «Stai Sereno», «I love Italia», «Bruno Vespa sei un mito», si aggirano sulla spiaggia a caccia di facoltose signore in cerca di divertimenti esotici.

Lungo i vicoli, gruppi di anziani seduti ai bordi delle strade guardano storto, urlano sguaiati in preda all’ebrezza da vino di cocco, chiedono denaro in malo modo, quasi a titolo di risarcimento per la loro condizione. I fake masai passeggiano nei loro tipici costumi rossi, in una mano la spada, nell’altra lo smart phone, accettando di farsi fotografare solo in cambio di qualche scellino. Ragazzine, forse non ancora dodicenni, ridacchiano tra loro e passeggiano agghindate e truccatissime anche in pieno giorno e attendono che il turista si avvicini furtivo. Adattamenti, rivisitazioni, fusioni e convivenze più o meno riuscite di due mondi e di due culture agli antipodi, in uno scenario di colonialismo turistico di massa. Malindi è anche questo.

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Fusione alchemica

«Lascia sta’! Meglio che me sto zitto!»

Seduti all’ombra Gaetano e Angelo aspettano l’ora di pranzo. Romani dalla nascita, non hanno un lavoro, e tra poco andranno alla Caritas di Colle Oppio per il loro unico pasto quotidiano. Sono senza tetto, molto spesso dormono proprio qui. «Questa piazza non è mai stata un gran bel posto», spiega Gaetano. «Una volta piazza Vittorio era un ritrovo per gay, e forse era meglio, perché adesso è diventato un ritrovo di rumeni, africani, zingari e barboni! Quelli so’ solo capaci di bere, di rubare e di spacciare!». Dicono che i romani per bene non ci vengono, e tra poco neanche più i cinesi lo faranno, nonostante il quartiere Esquilino lo chiamino la Chinatown romana. «Io un bambino qua non ce lo porterei mai, è un posto brutto!».

Ma i bambini ci sono, giocano a basket, e ci sono turisti, e famiglie, gente che porta a spasso i cani.

Salta subito all’occhio la molteplicità di etnie, culture, provenienze: la gente che cammina nella piazza e nel quartiere ricorda quasi quella che gravita attorno ad una stazione. Qui la gente ci lavora, ci passa il tempo, ci vive. Dai negozi gestiti da cinesi ai ristoranti indiani, dai kebabbari ai venditori ambulanti. Apparentemente una fusione perfetta di mondi. Continue reading

Hydra, δε βαριέσαι

«Non puoi venire in Grecia senza vedere almeno un’isola!»
Come darle torto? Celeste è arrivata ad Agios Dimitrios tre giorni dopo di me. Ma aveva già predisposto ogni particolare, in modo che mamma, nonna, zia e cuginetta mi ospitassero come si deve. E l’ospitalità, “come si deve” in Grecia, è strepitosa. Colazione pronta sul tavolo la mattina appena sveglia, letto fatto, pranzo e a cena (e che pranzi e cene!) serviti, contro ogni mio tentativo di aiutare, di ringraziare, di rendermi utile. No way, in Grecia l’ospite è un pascià, funziona così, perché ci saranno altri modi, altri tempi e altri viaggi per ricambiare.

Hydra, Greece, July 2014

Hydra, Greece, July 2014

Agios Dimitrios è un piccolo paesino di campagna, a qualche chilometro da Livadeia, nella Grecia centrale. Appena prima di arrivarci, c’è un albero in mezzo alla strada: è cresciuto lì e le due corsie scorrono ai lati. Tutt’attorno, come fosse una vallata, anche se invece è una pianura, catene montuose. In meno di un’ora, in macchina si arriva anche al mare, e in un’ora e mezza a Delfi, magica infinita Delfi, l’ombelico del mondo, il Centro. Per quanto poco usuale come destinazione “turistica” – appunto, bene così – la vacanza qui è splendida, i colori della luce, dei paesaggi, i modi cordiali della gente, energia buona e serenità.

Ma non si può venire in Grecia senza vedere almeno un’isola! La mamma ci consiglia Hydra. A me già il suo nome basta per convincermi, anche se sembra essere un luogo caro e molto “turistico” – mi sembra quasi una parolaccia, ormai.

Hydra, Greece, July 2014

Hydra, Greece, July 2014

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Il gigante buono

Ha una bella stazza, Rino. Alto più di un metro e ottanta, il capello e la barba un po’ incolti, con qualche striatura grigia qua e là, pancia prominente, la voce baritonale, roca, calda. Cammina lento e pesante, le braccia ciondolano e la schiena è un po’ ricurva. Quando parla strizza leggermente gli occhi, l’aria pacata e serena. Sulla cinquantina, ma non si direbbe.

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“Angelica, una paziente, fu lei a farmi sentire che forse era proprio quello il mio posto”. Rino sentì una chiamata, la vocazione, quando un’ospite della casa famiglia si affezionò totalmente a lui e passava tutto il tempo tenendolo per mano. Da giovane non aveva voglia di studiare, se n’era andato per un po’ in Germania a fare il gelataio. E tornato a casa non sapeva bene come muoversi, dove andare. Era la fine degli anni ’70, quando la legge Basaglia ordinava la chiusura dei manicomi. Sua sorella trovò lavoro in una delle prime strutture riabilitative del sud Italia, quella di Matera, e la madre lo costrinse ad accompagnarla al lavoro per proteggerla: “all’inizio la gente che era appena uscita dai manicomi era abituata solo a violenza, punizioni, digiuni e maltrattamenti. Era un posto difficile e pericoloso da vivere”, racconta.

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I tanti volti dell’Altereno

©Elena Mantovan

Il costante gorgoglio della Gravina culla la quiete della sera, unica colonna sonora dei dintorni che dalle stanze dell’albergo “Le Monacelle” giunge all’orecchio. Ma alcune notti lo scorrere del fiume accompagna l’eco di una chitarra, di un saxofono, di una voce. Vengono dall’Altereno, un piccolo locale a due passi dall’hotel, che organizza concerti jazz e rock e serate di incontri culturali.

Antonio è sempre presente, fin dal mattino, e cura con attenzione i particolari del suo caffè. Ci lavora da due anni, lui ne ha 28, e ha ereditato il suo spazio dal nonno, Mastro Giuseppe, che al posto del bancone del bar aveva il suo tavolo di lavoro da falegname. “Fino a un paio di anni fa questo posto era molto diverso: le pareti e la volta erano pieni di fuliggine e umidità, vecchi armadi di metallo pieni di martelli, seghe e pialle, i suoi strumenti”. Alcuni di questi strumenti Antonio li tiene ancora lì, esposti con orgoglio, a ricordare le storie che il nonno gli raccontava, l’odore delle sue Nazionali senza filtro e di segatura, il crepitio della legna messa ad ardere in stufe di fortuna, le sue mani forti e rugose, la passione per un mestiere. Prima di essere falegnameria fu abitazione di famiglia per un centinaio d’anni, da quando i bisnonni la acquistarono coi risparmi guadagnati lavorando in America.

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L’ombrello nella grotta

© Elena Mantovan

“Ci ho pensato giorni e giorni, per trovare un modo. Il tubicino della bic non andava bene, la forma non andava bene e le chianche non venivano come dicevo io. Poi un giorno come un altro mi sono girato e ho visto questo ombrello rotto, e l’idea mi è venuta come un lampo nella testa!”

Il sole picchia, la canicola delle undici di mattina non perdona, e la luce abbaglia prepotente di bianco sbattendo sui sassi di Matera. In mezzo al marciapiede un piccolo piedistallo con una strana scultura, la sua silhouette quasi acceca nel contrasto con l’ingresso angusto e scuro della grotta. È la scultura, nonostante il buio, che sembra spingere all’entrarvi.

Vincenzo se ne sta lì in fondo, dando le spalle ai visitatori, chino sul suo polveroso tavolo di lavoro. Non appena gli occhi si abituano allo sbalzo drastico di luce, il bianco prevale anche all’interno del suo laboratorio: oltre al camice immacolato, le sculture di tufo, che in realtà è calcarenite “ma noi lo chiamiamo così perché è più semplice”, riempiono ogni parete, piazzate su scaffali e mensole, appese, addossate, tutte in esposizione. Posaceneri, vasi, ciondoli a forma di cuore, animaletti, cornici. E presepi. Vincenzo si procura interi blocchi di tufo e li scolpisce nei minimi dettagli fino a trasformarli in scorci di Matera, della sua parte più antica e incantata, e vi mette in scena la natività, popolandola di minuscole statuine d’argilla che cuoce in un forno e che dipinge a mano con colori a tempera. “La stella cometa è importantissima, non deve mancare mai!”, sottolinea.

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Safari

©Elena Mantovan

Safari.

In swahili significa viaggio. Si usa anche come nome proprio. Dev’essere bellissimo chiamarsi “viaggio”.

Il weekend libero, dopo una settimana trascorsa alla scuola materna: possiamo scegliere tra la spiaggia dorata di Malindi o il safari. L’idea di una spiaggia dalla sabbia d’oro incuriosisce non poco, ma questa è la prima volta in Africa, la prima volta in Kenya, e chissà quando mi ricapita. Safari, non c’è discussione. Un viaggio. Solo il fatto che la parola abbia questo significato, per me, dice tutto.

“Adesso, sì, vedrete la vera Africa”. Mangiafuoco è il nostro interprete, e il nostro contatto per farci avere un prezzo buono per il Viaggio. Il suo vero nome non si sa, si fa chiamare così perché una volta girava l’Africa come giocoliere, acrobata e, appunto, mangiatore di fuoco. Ora di lui so che è uno dei tanti beach boys che passano le giornate in spiaggia in cerca di affari, lavoretti, e turiste avventurose. Parla un ottimo italiano. Lui e Bianca si conoscevano già, lei l’anno scorso era stata qui in vacanza ed erano diventati amici, e lui dice di essere andato da uno stregone e avergli chiesto un rito voodoo per farla ritornare in Kenya. Bianca, ignara, alla fine ci è tornata, questa volta come volontaria, e si sono ritrovati per caso, passeggiando sulla riva di Watamu una settimana fa. Quello stregone pare proprio che sapesse il fatto suo.

Un furgone nove posti e 120 chilometri di sterrato. Da una settimana dormo pochissimo, e sto prendendo antibiotici per il mal di gola, ma non chiudo occhio un minuto, non voglio perdere niente. Terra rossa, che rossa così, non credevo esistesse.

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