Street Art In Athens

This project has been published in the Internazionale webpage on 23th January 2015. It’s my first project, the one I worked on after the master in Reportage in Rome.

During this 20 days-trip, I had the opportunity to meet so many different people, and to really live the soul of this wonderful country. I a grateful, for all that it gave me.

Migrations

I lived in Rome, and I was penniless, that moment. I heard there was an Eritrean refugee camp, close to my neighborhood. So I went there, every day, for a month, and spent all my days with these strong, brave people. After that I followed them during a very long trip till the northern border.

I wanted to show their courage, their dignity, their way of smiling and face the misery of leaving their country and loosing everything, their hope. My work was rejected by many magazines, because I didn’t show enough pain and this kind of pictures don’t SELL, that’s what I’ve been said. I was disgusted.

For much time, I felt guilty to follow these people, hoping to SELL the pictures I took them. I was poor, and I needed to eat and pay my rent, but I promised myself that I will never exploit people’s suffering or pain, to earn money, again.

After this project, I discovered wedding photography, and realized it was the thing I wanted to do. But as soon as I’ll be able to, I want to start a new project, and to go on showing these people’s strength, without the need to sell anything.

A long way to go. In Rome, only a break.

Arguing, polemics, complaints. And yet, hundreds of Eritrean migrants arrive at Baobab center, in Cupa street, Rome. They get a shelter, food and clothes, offered by neighborhood citizens. Volunteers work hard to offer acceptable conditions for people who don’t remember what acceptable conditions are. This people is running away from violence and hunger. And unfortunately, in Italy, many don’t know that they aren’t here to stop, they don’t want to settle here, aware that the situation in our country is not so good at the moment. Many don’t know or pretend not to know, pouring out their rage against their arrivals and against who’s helping them.

The real issue is that there is no demonstration, barricade or border closure working. Nor sea or desert. These people decided to leave, to abandon their home, to dismember their families, to go on living – living, not existing in inhuman conditions.

I’ve spent much time at Baobab center. Hundreds of stories and faces, many of them so young. The mildness and dignity of this people is disarming, while they try to tell their stories, if they mutter some English. They need to rest, to smile, to restore a tired and torn body. After travelling for months and risking their lives more than once, they have exhaustion, smile and gratitude. They have the hope to find a simple life, to fulfill a dream, wherever, no matter where.

One Saturday night I caught an Intercity train from Roma-Termini to Bolzano, with two young men and a 8 months pregnant woman, who has been captured and segregated in Libya for three months and was able to escape in the end. Her gaze claims silent respect.

Not even difficulties like this can stop them, even if many of them can’t escape dangers during their trip. Some boys have been texting me, updating me on their moves. Daniel, 21 years old, called from France. And he was laughing, joyfully.

Kidnappings, shipwrecks , C.I.E. (Identification and Expulsion Centers), barricades, insults, demonstrations, hatred and racism, borders closure, indifference and inability to manage the situation. But hope and will for a better life can’t be stopped by anything. Whether we accept it or not, migrants will keep on moving and try to reach better places to live in. Wasting energies against moving life is worthless. Once I’ve been told that Italians must help them because Italy, as a former colonizing country, caused a lot of troubles in Eritrea. But, no. We don’t have to help them to compensate guilt that probably don’t belong to us. It’s not about politics. It’s just because they are human beings. and, just like all human beings, they will keep on trying to find a better life, they will keep on moving.

The Post Internazionale – La speranza di Atene

Hi everybody! Here‘s my pictures published yesterday on the italian website The Post Internazionale!

Take a look if you like!

Ciao a tutti! Il mio reportage su Atene post-elezioni è stato pubblicato ieri su The Post Internazionale!

Date un’occhiata se vi va!

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Demostration in Athens, 31st January 2015

©Elena Mantovan

Internazionale (!!!)

Today has been a great day and I’m grateful and full of joy. It’s hard, here, but when I thought I’d lost all hopes, my work and my photographs of street art in Athens has been published on the website of the magazine Internazionale. Take a look here and hope you enjoy!

Internazionale

Oggi è stato un grande giorno e sono felicissima e piena di gratitudine, perché, quando ormai non ci speravo più, l’Internazionale mi ha contattata per pubblicare le mie foto sul sito! Date un’occhiata qui, spero vi piacciano! :)

Rise and Shine

 

Gli italiani sono a casa, qui. Appena si arriva in città, schiere di bambini scalzi e sorridenti gridano «ciao!» e chiedono «caramella!», già certi che tutti i muzungu, gli uomini bianchi che giungono a Malindi, siano italiani. Rinomata per le sue spiagge bianche, per la bellezza dei paesaggi, l’ospitalità della popolazione locale, la città keniota è divenuta ormai una sorta di status symbol, e conosciuta dai più per la grande quantità di resort, villaggi turistici e residenze lussuose di personaggi più o meno celebri del nostro paese. Ristoranti, bar, negozietti di oggettistica e souvenirs, accade spesso che le anche insegne dei locali del centro siano scritte nella nostra lingua. Quasi tutti ne conoscono qualche parola per comunicare con il turista che porta denaro e progresso. I beach boys la parlano perfettamente, sulle magliette stampe di slogan come «Stai Sereno», «I love Italia», «Bruno Vespa sei un mito», si aggirano sulla spiaggia a caccia di facoltose signore in cerca di divertimenti esotici.

Lungo i vicoli, gruppi di anziani seduti ai bordi delle strade guardano storto, urlano sguaiati in preda all’ebrezza da vino di cocco, chiedono denaro in malo modo, quasi a titolo di risarcimento per la loro condizione. I fake masai passeggiano nei loro tipici costumi rossi, in una mano la spada, nell’altra lo smart phone, accettando di farsi fotografare solo in cambio di qualche scellino. Ragazzine, forse non ancora dodicenni, ridacchiano tra loro e passeggiano agghindate e truccatissime anche in pieno giorno e attendono che il turista si avvicini furtivo. Adattamenti, rivisitazioni, fusioni e convivenze più o meno riuscite di due mondi e di due culture agli antipodi, in uno scenario di colonialismo turistico di massa. Malindi è anche questo.

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Fusione alchemica

«Lascia sta’! Meglio che me sto zitto!»

Seduti all’ombra Gaetano e Angelo aspettano l’ora di pranzo. Romani dalla nascita, non hanno un lavoro, e tra poco andranno alla Caritas di Colle Oppio per il loro unico pasto quotidiano. Sono senza tetto, molto spesso dormono proprio qui. «Questa piazza non è mai stata un gran bel posto», spiega Gaetano. «Una volta piazza Vittorio era un ritrovo per gay, e forse era meglio, perché adesso è diventato un ritrovo di rumeni, africani, zingari e barboni! Quelli so’ solo capaci di bere, di rubare e di spacciare!». Dicono che i romani per bene non ci vengono, e tra poco neanche più i cinesi lo faranno, nonostante il quartiere Esquilino lo chiamino la Chinatown romana. «Io un bambino qua non ce lo porterei mai, è un posto brutto!».

Ma i bambini ci sono, giocano a basket, e ci sono turisti, e famiglie, gente che porta a spasso i cani.

Salta subito all’occhio la molteplicità di etnie, culture, provenienze: la gente che cammina nella piazza e nel quartiere ricorda quasi quella che gravita attorno ad una stazione. Qui la gente ci lavora, ci passa il tempo, ci vive. Dai negozi gestiti da cinesi ai ristoranti indiani, dai kebabbari ai venditori ambulanti. Apparentemente una fusione perfetta di mondi. Continue reading “Fusione alchemica”

Hydra, δε βαριέσαι

«Non puoi venire in Grecia senza vedere almeno un’isola!»
Come darle torto? Celeste è arrivata ad Agios Dimitrios tre giorni dopo di me. Ma aveva già predisposto ogni particolare, in modo che mamma, nonna, zia e cuginetta mi ospitassero come si deve. E l’ospitalità, “come si deve” in Grecia, è strepitosa. Colazione pronta sul tavolo la mattina appena sveglia, letto fatto, pranzo e a cena (e che pranzi e cene!) serviti, contro ogni mio tentativo di aiutare, di ringraziare, di rendermi utile. No way, in Grecia l’ospite è un pascià, funziona così, perché ci saranno altri modi, altri tempi e altri viaggi per ricambiare.

Hydra, Greece, July 2014
Hydra, Greece, July 2014

Agios Dimitrios è un piccolo paesino di campagna, a qualche chilometro da Livadeia, nella Grecia centrale. Appena prima di arrivarci, c’è un albero in mezzo alla strada: è cresciuto lì e le due corsie scorrono ai lati. Tutt’attorno, come fosse una vallata, anche se invece è una pianura, catene montuose. In meno di un’ora, in macchina si arriva anche al mare, e in un’ora e mezza a Delfi, magica infinita Delfi, l’ombelico del mondo, il Centro. Per quanto poco usuale come destinazione “turistica” – appunto, bene così – la vacanza qui è splendida, i colori della luce, dei paesaggi, i modi cordiali della gente, energia buona e serenità.

Ma non si può venire in Grecia senza vedere almeno un’isola! La mamma ci consiglia Hydra. A me già il suo nome basta per convincermi, anche se sembra essere un luogo caro e molto “turistico” – mi sembra quasi una parolaccia, ormai.

Hydra, Greece, July 2014
Hydra, Greece, July 2014

Agios Dimitrios – Atene – Pireo – Hydra, treno e traghetto.
Pireo è terribile. Non si respira, è una colata di cemento sul mare. Appena arriviamo, dobbiamo camminare mezz’ora per trovare un bar. Negozi di cianfrusaglie, ferramenta, abbigliamento di bassa qualità, negozi chiusi, negozi sprangati, decadenza, fatiscenza. Pireo è un luogo di passaggio, il porto di Atene. E quindi un andirivieni caotico e rumoroso di viaggiatori di ogni tipo si riversa per le strade, aspettando traghetti, cercando biglietterie, e scansando l’enorme quantità di mendicanti. Gli zingari e i senza tetto, nel centro di Atene non ci sono più, deve averli cacciati l’Alba Dorata, e sui marciapiedi della periferia, Pireo compreso, si allungano le file di barattoli per l’elemosina, di materassi di fortuna, di cenci sporchi e di sguardi supplicanti. Ci avviamo sulla banchina per non farci inghiottire dal cemento e per guardare il mare, anche se manca più di un’ora alla partenza del nostro traghetto veloce. Passerà in un lampo, come passeranno le due ore di viaggio, bevendo birra, mangiando patatine e guardando la linea blu dell’orizzonte.

Hydra, Greece, July 2014
Hydra, Greece, July 2014

Il traghetto veloce è una meraviglia, un cullare lento e rilassante, anche se fuori il mare sfreccia. I bambini seduti davanti a noi parlano greco e spagnolo, e ci studiamo a vicenda, attratti dalle novità linguistiche.

Sono curiosa di vedere quest’isola dove non si usano mezzi a motore, curiosa di vedere il mare delle isole greche, curiosa e meravigliata dalla Grecia e dal suo continuo rapirmi.

Appena attracchiamo ci rendiamo conto di aver commesso un errore imperdonabile: siamo a fine luglio, in piena stagione, il porto è affollatissimo e noi non abbiamo prenotato nessuna stanza per dormire. Per un attimo il panico. Non abbiamo neanche i sacchi a pelo, volevamo viaggiare leggere. Ma da quando sono qui ho imparato un’espressione bellissima – che, pensandoci, esiste forse in tutte le lingue, qualcosa come hakuna matata in swahili, don’t give a fuck in inglese, ‘sti cazzi in romano: the variesai. Insomma, chissene, una soluzione la troveremo, ci cadrà dal cielo l’unica stanza libera di Hydra, l’universo ci aiuterà.

Hydra, Greece, July 2014
Hydra, Greece, July 2014

Chi cerca, trova. Godiamoci un attimo la vista di questa perla sul mare, case bianche arroccate, ciottoli, vicoletti strettissimi e intricati, Chiediamo al primo ufficio. Niente. Ci consigliano un affittacamere lì vicino. Niente, tutto pieno. Un “taxista” di somarini ci indica di salire lungo quella strada, di girare a destra, poi a sinistra, poi di salire quella piccola rampa… le valigie, se pur leggere, iniziano a pesare, fa un caldo assurdo e le salite non aiutano. Lascio Celeste seduta su un gradino con la valigia e salgo in esplorazione casuale, me ne sto via per almeno mezz’ora, perdendomi di proposito e ritrovandomi, perché l’atmosfera è magica e bianca e silenziosa e mi godo la passeggiata. Ma niente. Non si trova una branda, la gente a cui chiedo comincia a rimandarmi a strutture che abbiamo già visto senza successo. Saranno passato due ore ormai.

“Ritorniamo verso il porto, forse c’è sfuggito qualcosa”. Ma siamo parecchio rassegnate, e nello spirito del the variesai ci sediamo ad una taverna con una bella Alpha da 66 a testa, ridendo di quanto sprovvedute siamo state e di quanto divertente se pur scomodo sarà cercare un angolo riparato dove dormire sulla spiaggia.

Hydra, Greece, July 2014
Hydra, Greece, July 2014

Il nostro oste ci sente e probabilmente capisce che non si possono assolutamente lasciare due giovani turiste senza un tetto. Gionis arriva passeggiando lentamente e si siede al tavolo con noi . È sulla sessantina, ha i capelli bianchi e un appartamento che si è appena liberato. Ce la dà per due notti e per due soldi. Esultiamo. L’universo si prende cura di noi, basta chiedere! Siamo sfiancate dalla ricerca ed ebbre per il secondo giro di birra. Le risate liberatorie e Gionis ci racconta della sua famiglia, del museo dove lavora, dice che possiamo andare a trovarlo lì quando vogliamo. L’ultima fatica e arriviamo in un appartamento stellare, tutto fatto di pietra, con un cortile interno e una scala che sale fino ad un terrazzo da dove si vede il porto. Paradiso.
Poggiamo le nostre cose, costume e via.

Hydra, Greece, July 2014
Hydra, Greece, July 2014

Troviamo un locale che scende a dirupo sul mare, con un piccolo spiazzo per sdraiarsi, musica un po’ troppo “in” per noi che siamo viaggiatrici on the road. E questa sarà la nostra spiaggia per tutto il weekend, a parte una piccola esplorazione e una gita in barca. Qui tutto è “turistico”, la gente sembra avere un po’ la puzza sotto al naso, i ristoranti lussuosi, le terrazze dei ristoranti tutte occupate, i negozi di souvenirs costosissimi, gli yacht enormi con le porte scorrevoli e coi tavoli apparecchiati d’argento e di cristallo a bordo.
Ma il mare è di un blu che riempie gli occhi, il pita gyros è il più buono che abbia mai assaggiato e per due giorni spegniamo il cervello e l’unica cosa che rimane è la contemplazione, del tramonto, nuotando fino a non sentire le braccia, delle barche attraccate il fila, davanti a una colazione ingorda, dei vicoli ripidi, della notte, dalla terrazza, ascoltando canzoni suggestive dal cellulare e guardando il porto che s’illumina.

Sì, non potevo venire in Grecia senza vedere almeno un’isola.

Hydra, Greece, July 2014
Hydra, Greece, July 2014

Il gigante buono

Ha una bella stazza, Rino. Alto più di un metro e ottanta, il capello e la barba un po’ incolti, con qualche striatura grigia qua e là, pancia prominente, la voce baritonale, roca, calda. Cammina lento e pesante, le braccia ciondolano e la schiena è un po’ ricurva. Quando parla strizza leggermente gli occhi, l’aria pacata e serena. Sulla cinquantina, ma non si direbbe.

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“Angelica, una paziente, fu lei a farmi sentire che forse era proprio quello il mio posto”. Rino sentì una chiamata, la vocazione, quando un’ospite della casa famiglia si affezionò totalmente a lui e passava tutto il tempo tenendolo per mano. Da giovane non aveva voglia di studiare, se n’era andato per un po’ in Germania a fare il gelataio. E tornato a casa non sapeva bene come muoversi, dove andare. Era la fine degli anni ’70, quando la legge Basaglia ordinava la chiusura dei manicomi. Sua sorella trovò lavoro in una delle prime strutture riabilitative del sud Italia, quella di Matera, e la madre lo costrinse ad accompagnarla al lavoro per proteggerla: “all’inizio la gente che era appena uscita dai manicomi era abituata solo a violenza, punizioni, digiuni e maltrattamenti. Era un posto difficile e pericoloso da vivere”, racconta.

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I tanti volti dell’Altereno

©Elena Mantovan

Il costante gorgoglio della Gravina culla la quiete della sera, unica colonna sonora dei dintorni che dalle stanze dell’albergo “Le Monacelle” giunge all’orecchio. Ma alcune notti lo scorrere del fiume accompagna l’eco di una chitarra, di un saxofono, di una voce. Vengono dall’Altereno, un piccolo locale a due passi dall’hotel, che organizza concerti jazz e rock e serate di incontri culturali.

Antonio è sempre presente, fin dal mattino, e cura con attenzione i particolari del suo caffè. Ci lavora da due anni, lui ne ha 28, e ha ereditato il suo spazio dal nonno, Mastro Giuseppe, che al posto del bancone del bar aveva il suo tavolo di lavoro da falegname. “Fino a un paio di anni fa questo posto era molto diverso: le pareti e la volta erano pieni di fuliggine e umidità, vecchi armadi di metallo pieni di martelli, seghe e pialle, i suoi strumenti”. Alcuni di questi strumenti Antonio li tiene ancora lì, esposti con orgoglio, a ricordare le storie che il nonno gli raccontava, l’odore delle sue Nazionali senza filtro e di segatura, il crepitio della legna messa ad ardere in stufe di fortuna, le sue mani forti e rugose, la passione per un mestiere. Prima di essere falegnameria fu abitazione di famiglia per un centinaio d’anni, da quando i bisnonni la acquistarono coi risparmi guadagnati lavorando in America.

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L’ombrello nella grotta

“Ci ho pensato giorni e giorni, per trovare un modo. Il tubicino della bic non andava bene, la forma non andava bene e le chianche non venivano come dicevo io. Poi un giorno come un altro mi sono girato e ho visto questo ombrello rotto, e l’idea mi è venuta come un lampo nella testa!”

Il sole picchia, la canicola delle undici di mattina non perdona, e la luce abbaglia prepotente di bianco sbattendo sui sassi di Matera. In mezzo al marciapiede un piccolo piedistallo con una strana scultura, la sua silhouette quasi acceca nel contrasto con l’ingresso angusto e scuro della grotta. È la scultura, nonostante il buio, che sembra spingere all’entrarvi.

Vincenzo se ne sta lì in fondo, dando le spalle ai visitatori, chino sul suo polveroso tavolo di lavoro. Non appena gli occhi si abituano allo sbalzo drastico di luce, il bianco prevale anche all’interno del suo laboratorio: oltre al camice immacolato, le sculture di tufo, che in realtà è calcarenite “ma noi lo chiamiamo così perché è più semplice”, riempiono ogni parete, piazzate su scaffali e mensole, appese, addossate, tutte in esposizione. Posaceneri, vasi, ciondoli a forma di cuore, animaletti, cornici. E presepi. Vincenzo si procura interi blocchi di tufo e li scolpisce nei minimi dettagli fino a trasformarli in scorci di Matera, della sua parte più antica e incantata, e vi mette in scena la natività, popolandola di minuscole statuine d’argilla che cuoce in un forno e che dipinge a mano con colori a tempera. “La stella cometa è importantissima, non deve mancare mai!”, sottolinea.

Si diverte un mondo, Vincenzo, a far indovinare a chi entra quali siano gli strumenti che usa per scolpire questo o quel particolare. Perchè nessuno indovina. Le chianche, le lastre che pavimentano le vie e i vicinati dei sassi, le ha create rompendo il manico di un ombrello da borsa, usandone i due tubi ricavati come un timbro sulla pietra. “E la finestra? Si apre, visto?”. Un interruttore nascosto, e tutti i presepi si illuminano. Nella grotta, un belvedere del panorama dei sassi di sera, in miniatura. Li fa anche dentro al pane, i presepi, o con la cartapesta. Negli occhi celesti, guizzo di soddisfazione, gioia di mostrare le sue creazioni, come un bimbo che ha appena finito il suo disegno più bello. Le sue massicce mani gesticolano, indicano, si sfregano in una nuvola di polvere bianca lasciata dal calcare. In mostra su di una bacheca, le foto di tutti gli attori, registi, giornalisti e celebrità che, passati a Matera, l’hanno onorato di una visita.

Ricorda quando da piccolo viveva in una di quelle grotte, quando il pollaio era sotto al letto e in famiglia c’era anche il ciuco, quando, ultimo di quattro fratelli, gli arrivavano i vestiti ormai già logori dei maggiori, quando la befana portava una pistola giocattolo che il giorno dopo misteriosamente scompariva per riapparire l’anno seguente, spacciata per nuovo regalo. “Non avevamo soldi neanche per il sapone!” racconta. Iniziò a lavorare come carrozziere a 9 anni per 300 lire al mese, poi in giro per l’Italia, fabbro, falegname, tappezziere, poliziotto, poi funzionario della prefettura per 30 anni. “Non riuscivo a stare fermo nello stesso posto, dopo un po’ mi stancavo sempre!”. Conobbe la moglie a Roma e la portò con sé a Matera; ora, a 61 anni e coi capelli grigi, ha due figlie e quattro nipotini di cui va fiero. La passione per la scultura l’ha sempre coltivata, da quando aveva 11 anni occupava il suo tempo libero lavorando la roccia bianca, la passione che dopo anni ha chiuso il cerchio e l’ha riportato a casa, nei sassi della città sotterranea, dove continua a scolpire e a creare, “con cuore e con amore”, ci tiene a dirlo, perchè è quello che conta.