I tanti volti dell’Altereno

©Elena Mantovan

Il costante gorgoglio della Gravina culla la quiete della sera, unica colonna sonora dei dintorni che dalle stanze dell’albergo “Le Monacelle” giunge all’orecchio. Ma alcune notti lo scorrere del fiume accompagna l’eco di una chitarra, di un saxofono, di una voce. Vengono dall’Altereno, un piccolo locale a due passi dall’hotel, che organizza concerti jazz e rock e serate di incontri culturali.

Antonio è sempre presente, fin dal mattino, e cura con attenzione i particolari del suo caffè. Ci lavora da due anni, lui ne ha 28, e ha ereditato il suo spazio dal nonno, Mastro Giuseppe, che al posto del bancone del bar aveva il suo tavolo di lavoro da falegname. “Fino a un paio di anni fa questo posto era molto diverso: le pareti e la volta erano pieni di fuliggine e umidità, vecchi armadi di metallo pieni di martelli, seghe e pialle, i suoi strumenti”. Alcuni di questi strumenti Antonio li tiene ancora lì, esposti con orgoglio, a ricordare le storie che il nonno gli raccontava, l’odore delle sue Nazionali senza filtro e di segatura, il crepitio della legna messa ad ardere in stufe di fortuna, le sue mani forti e rugose, la passione per un mestiere. Prima di essere falegnameria fu abitazione di famiglia per un centinaio d’anni, da quando i bisnonni la acquistarono coi risparmi guadagnati lavorando in America.

Continue reading “I tanti volti dell’Altereno”

L’ombrello nella grotta

“Ci ho pensato giorni e giorni, per trovare un modo. Il tubicino della bic non andava bene, la forma non andava bene e le chianche non venivano come dicevo io. Poi un giorno come un altro mi sono girato e ho visto questo ombrello rotto, e l’idea mi è venuta come un lampo nella testa!”

Il sole picchia, la canicola delle undici di mattina non perdona, e la luce abbaglia prepotente di bianco sbattendo sui sassi di Matera. In mezzo al marciapiede un piccolo piedistallo con una strana scultura, la sua silhouette quasi acceca nel contrasto con l’ingresso angusto e scuro della grotta. È la scultura, nonostante il buio, che sembra spingere all’entrarvi.

Vincenzo se ne sta lì in fondo, dando le spalle ai visitatori, chino sul suo polveroso tavolo di lavoro. Non appena gli occhi si abituano allo sbalzo drastico di luce, il bianco prevale anche all’interno del suo laboratorio: oltre al camice immacolato, le sculture di tufo, che in realtà è calcarenite “ma noi lo chiamiamo così perché è più semplice”, riempiono ogni parete, piazzate su scaffali e mensole, appese, addossate, tutte in esposizione. Posaceneri, vasi, ciondoli a forma di cuore, animaletti, cornici. E presepi. Vincenzo si procura interi blocchi di tufo e li scolpisce nei minimi dettagli fino a trasformarli in scorci di Matera, della sua parte più antica e incantata, e vi mette in scena la natività, popolandola di minuscole statuine d’argilla che cuoce in un forno e che dipinge a mano con colori a tempera. “La stella cometa è importantissima, non deve mancare mai!”, sottolinea.

Si diverte un mondo, Vincenzo, a far indovinare a chi entra quali siano gli strumenti che usa per scolpire questo o quel particolare. Perchè nessuno indovina. Le chianche, le lastre che pavimentano le vie e i vicinati dei sassi, le ha create rompendo il manico di un ombrello da borsa, usandone i due tubi ricavati come un timbro sulla pietra. “E la finestra? Si apre, visto?”. Un interruttore nascosto, e tutti i presepi si illuminano. Nella grotta, un belvedere del panorama dei sassi di sera, in miniatura. Li fa anche dentro al pane, i presepi, o con la cartapesta. Negli occhi celesti, guizzo di soddisfazione, gioia di mostrare le sue creazioni, come un bimbo che ha appena finito il suo disegno più bello. Le sue massicce mani gesticolano, indicano, si sfregano in una nuvola di polvere bianca lasciata dal calcare. In mostra su di una bacheca, le foto di tutti gli attori, registi, giornalisti e celebrità che, passati a Matera, l’hanno onorato di una visita.

Ricorda quando da piccolo viveva in una di quelle grotte, quando il pollaio era sotto al letto e in famiglia c’era anche il ciuco, quando, ultimo di quattro fratelli, gli arrivavano i vestiti ormai già logori dei maggiori, quando la befana portava una pistola giocattolo che il giorno dopo misteriosamente scompariva per riapparire l’anno seguente, spacciata per nuovo regalo. “Non avevamo soldi neanche per il sapone!” racconta. Iniziò a lavorare come carrozziere a 9 anni per 300 lire al mese, poi in giro per l’Italia, fabbro, falegname, tappezziere, poliziotto, poi funzionario della prefettura per 30 anni. “Non riuscivo a stare fermo nello stesso posto, dopo un po’ mi stancavo sempre!”. Conobbe la moglie a Roma e la portò con sé a Matera; ora, a 61 anni e coi capelli grigi, ha due figlie e quattro nipotini di cui va fiero. La passione per la scultura l’ha sempre coltivata, da quando aveva 11 anni occupava il suo tempo libero lavorando la roccia bianca, la passione che dopo anni ha chiuso il cerchio e l’ha riportato a casa, nei sassi della città sotterranea, dove continua a scolpire e a creare, “con cuore e con amore”, ci tiene a dirlo, perchè è quello che conta.