An umbrella in a cave

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“I thought about it for days and days, to find a way. The tube of the pen was not good, the shape was not good and the stones did not come as I wanted. Then, one day, I turned around and saw this broken umbrella, and the idea came to me like a flash in the head!”

The sun beats, the heatwave of eleven o’clock in the morning does not forgive, and the light dazzles overbearingly with white slamming on the stones of Matera. In the middle of the sidewalk there’s a small pedestal with a strange sculpture, its silhouette almost blinds in contrast with the narrow and dark entrance of the cave. It is the sculpture, despite the darkness, that seems to push you into it.

Vincenzo stands there at the back of the room, giving his back to the visitors, bending over his dusty work table. As soon as the eyes get used to the drastic change in light, white prevails in his workshop as well: in addition to the immaculate shirt, the tuff sculptures, which is actually calcarenite “but we call it that way because it is simpler”, fill each wall, placed on shelves and shelves, hung, leaning against each other, all on display. Ashtrays, vases, heart-shaped pendants, animals, frames. And cribs. Vincenzo gets whole blocks of tuff and sculpts them in the smallest details until they become glimpses of Matera, of its oldest and most enchanted part, and stages the nativity, populating it with tiny clay statuettes that bakes in an oven and paints by hand with tempera colors. “The comet star is very important, it must never be missing”, he underlines.

It’s fun for a world, Vincenzo, to make those who enter guess which are the tools he uses to sculpt this or that particular. Because no one guesses. He created the “chianche”, the slabs that pave the streets and neighborhoods of Matera’s stones, breaking the handle of an umbrella bag, using the two tubes obtained as a stamp on the stone. “And the window? You can open it, you see?”. A hidden switch, and all the cribs light up. In the cave, a miniature viewpoint of Matera’s stones landscape in the evening. He also makes the cribs inside the bread, or with papier-mâché. In his blue eyes, a leap of satisfaction, the joy to show his creations, like a child who has just finished his most beautiful drawing. His strong hands gesticulate, indicate, rub into a cloud of white powder left by the limestone. On display on a notice board, the photos of all the actors, directors, journalists and celebrities who have passed through Matera and honored him with a visit.

He remembers when he lived in one of those caves when he was a child: the chicken coop was under his bed and the donkey was part of his family; the last of four brothers used the worn-out clothes of the elders; the witch was carrying a toy gun that the next day disappeared mysteriously to reappear the following year, passed off as a new gift. “We didn’t even have money for soap,” he says. He began working as a coach builder at the age of 9 for 300 lire a month, then around Italy, blacksmith, carpenter, upholsterer, policeman, then official of the prefecture for 30 years. “I couldn’t stand still in the same place, after a while I always got tired! He met his wife in Rome and took her with him to Matera; now, at 61 and with grey hair, he has two daughters and four grandchildren of whom he is proud. He has always cultivated a passion for sculpture: since he was 11, he spent his free time working with white rock, the passion that after years has closed the circle and brought him back home, in the rocks of the underground city, where he continues to sculpt and create, “WITH HEART AND LOVE”, he wants to tell it, because that’s what counts.

Vincenzo gave me a heart as a present. A white heart from Matera ♡

L’ombrello nella grotta

“Ci ho pensato giorni e giorni, per trovare un modo. Il tubicino della bic non andava bene, la forma non andava bene e le chianche non venivano come dicevo io. Poi un giorno come un altro mi sono girato e ho visto questo ombrello rotto, e l’idea mi è venuta come un lampo nella testa!”

Il sole picchia, la canicola delle undici di mattina non perdona, e la luce abbaglia prepotente di bianco sbattendo sui sassi di Matera. In mezzo al marciapiede un piccolo piedistallo con una strana scultura, la sua silhouette quasi acceca nel contrasto con l’ingresso angusto e scuro della grotta. È la scultura, nonostante il buio, che sembra spingere all’entrarvi.

Vincenzo se ne sta lì in fondo, dando le spalle ai visitatori, chino sul suo polveroso tavolo di lavoro. Non appena gli occhi si abituano allo sbalzo drastico di luce, il bianco prevale anche all’interno del suo laboratorio: oltre al camice immacolato, le sculture di tufo, che in realtà è calcarenite “ma noi lo chiamiamo così perché è più semplice”, riempiono ogni parete, piazzate su scaffali e mensole, appese, addossate, tutte in esposizione. Posaceneri, vasi, ciondoli a forma di cuore, animaletti, cornici. E presepi. Vincenzo si procura interi blocchi di tufo e li scolpisce nei minimi dettagli fino a trasformarli in scorci di Matera, della sua parte più antica e incantata, e vi mette in scena la natività, popolandola di minuscole statuine d’argilla che cuoce in un forno e che dipinge a mano con colori a tempera. “La stella cometa è importantissima, non deve mancare mai!”, sottolinea.

Si diverte un mondo, Vincenzo, a far indovinare a chi entra quali siano gli strumenti che usa per scolpire questo o quel particolare. Perchè nessuno indovina. Le chianche, le lastre che pavimentano le vie e i vicinati dei sassi, le ha create rompendo il manico di un ombrello da borsa, usandone i due tubi ricavati come un timbro sulla pietra. “E la finestra? Si apre, visto?”. Un interruttore nascosto, e tutti i presepi si illuminano. Nella grotta, un belvedere del panorama dei sassi di sera, in miniatura. Li fa anche dentro al pane, i presepi, o con la cartapesta. Negli occhi celesti, guizzo di soddisfazione, gioia di mostrare le sue creazioni, come un bimbo che ha appena finito il suo disegno più bello. Le sue massicce mani gesticolano, indicano, si sfregano in una nuvola di polvere bianca lasciata dal calcare. In mostra su di una bacheca, le foto di tutti gli attori, registi, giornalisti e celebrità che, passati a Matera, l’hanno onorato di una visita.

Ricorda quando da piccolo viveva in una di quelle grotte, quando il pollaio era sotto al letto e in famiglia c’era anche il ciuco, quando, ultimo di quattro fratelli, gli arrivavano i vestiti ormai già logori dei maggiori, quando la befana portava una pistola giocattolo che il giorno dopo misteriosamente scompariva per riapparire l’anno seguente, spacciata per nuovo regalo. “Non avevamo soldi neanche per il sapone!” racconta. Iniziò a lavorare come carrozziere a 9 anni per 300 lire al mese, poi in giro per l’Italia, fabbro, falegname, tappezziere, poliziotto, poi funzionario della prefettura per 30 anni. “Non riuscivo a stare fermo nello stesso posto, dopo un po’ mi stancavo sempre!”. Conobbe la moglie a Roma e la portò con sé a Matera; ora, a 61 anni e coi capelli grigi, ha due figlie e quattro nipotini di cui va fiero. La passione per la scultura l’ha sempre coltivata, da quando aveva 11 anni occupava il suo tempo libero lavorando la roccia bianca, la passione che dopo anni ha chiuso il cerchio e l’ha riportato a casa, nei sassi della città sotterranea, dove continua a scolpire e a creare, “con cuore e con amore”, ci tiene a dirlo, perchè è quello che conta.